
VITERBO – “Non entro in merito alle scelte politiche di un’amministrazione ma da direttrice del Teatro Caffeina osservo che un’amministrazione sceglie di non sostenere un teatro del proprio territorio aperto 365 giorni all’anno, con una proposta artistica e culturale di livello nazionale, e investe 70000 euro per il concerto di Demo Morselli.
Mi dispiace. Mi dispiace proprio tanto, lo dico da operatrice culturale, direttrice di un teatro, e persona oramai legata a Viterbo e ai viterbesi. Mi pare una scelta politica (e culturale) miope”. Parole messe nero su bianco e lanciate sui social da Annalisa Canfora.
Il numero uno del Teatro Caffeina interviene nel dibattito pubblico, destinato a diventare rovente nelle prossime settimane. Continua così: “Come è sempre miope non riconoscere, al di là di simpatie e antipatie personali, il valore di un progetto. Perché il Teatro Caffeina prima di essere il teatro di Filippo Rossi è un luogo della città”.
“Il Teatro Caffeina è un teatro privato, esclusivamente privato, ma che agisce e opera come un teatro pubblico. Filippo Rossi e Andrea Baffo prima, Carlo Rovelli poi, hanno sostenuto idealmente ed economicamente un progetto di teatro all’avanguardia, un polo culturale di formazione e produzione, stagioni alte rischiose e innovative – la riflessione del direttore Canfora -.
Antonio Rezza, Ascanio Celestini, Marco Paolini, Elisabetta Pozzi, Carrozzeria Orfeo, Elena Cotugno con la sua Medea in strada, il debutto nazionale degli Spettri di Walter Pagliaro, La Merda di Silvia Gallerano, Eugenio Allegri, Vinicio Marchioni, Giorgio Colangeli sono solo alcuni degli artisti ospitati in poco più di due anni in teatro. Stagioni da teatro pubblico costruite senza un euro di contributo pubblico.
Basterebbe conoscere un po’ il teatro, amarlo, informarsi per capire che quello che si sta faticosamente costruendo intorno al Teatro Caffeina (e non senza errori) è un progetto che concorre e compete con le realtà più vitali di spettacolo dal vivo nazionali e non solo. Spiace un po’ che tutto questo venga dimenticato e che si voglia raccontare Caffeina come un carrozzone di elfi e renne.
Perchè Filippo Rossi e Andrea Baffo contemporaneamente compravano elfi e renne, aprivano un teatro, e invitavano Grossman, e lo facevano (anche con clamorosi errori di valutazione dei rischi) per offrire un servizio alla città (e una visione, e, forse utopisticamente, un futuro alla loro città).
Basterebbe andare in Nord Europa per capire come funzionano le province quando funzionano. Per capire che i teatri non sono musei ma luoghi aperti e vissuti, che cultura alta e bassa si mescolano e contaminano, che pubblico e privato costruiscono circoli virtuosi e progetti condivisi”.

















