

di Francesco Mattioli
VITERBO – Zygmund Bauman ha definito la società del XXI secolo “liquida”, difficile da capire perché sfuggente come l’acqua dalle mani. Qualcuno addirittura l’ha definita gassosa, perché preda di qualsiasi colpo di (e)vento.
Lo stesso Bauman è noto per aver coniato per la società attuale il concetto di “società dell’incertezza”. Nassim Taleb si è spinto oltre, e ha parlato del nostro ingresso nell’era detta dell’incertocene, da cui difficilmente – e forse è meglio così – potremo uscire, perché figlia del pluralismo e quindi della complessità.
Forse siamo disorientati; le grandi ideologie stentano, vuoi perché non si adattano ai tempi nuovi, vuoi perché confliggono fra loro, vuoi perché non sembrano possedere la verità. La stessa verità scientifica non ci basta più, è essa stessa convenzione, la soluzione migliore per la conoscenza, ma non quella definitiva.
La religione ci offre l’assoluto, da recepire con la fede, ma siamo ormai certi che gran parte delle sue norme quotidiane non le ha scritte Dio, ma la Storia. La complessità e il pluralismo fanno paura. Probabilmente perché non si è poi così sicuri delle proprie convinzioni e temiamo di vederle messe in discussione, o alla prova, o sorpassate. Così spesso ci ricoveriamo in gruppi e schieramenti che conservano, proteggono, consolidano le nostre idee. E per farlo,
occorre rafforzare le proprie credenze, demonizzare quelle altrui, avere il controllo della situazione.
E’ un fenomeno noto alle scienze sociali; si parla di riduzione della dissonanza cognitiva, di ricerca di identità di gruppo, di fidelizzazione comportamentale, di confirmation bias, ecc.
Succede ai complottisti, indotti a diffidare degli altri per principio.
Succede a certi progressisti che, troppo sicuri di poter cambiare da un giorno all’altro la mentalità della gente, in nome del politicamente corretto finiscono per esprimere un atteggiamento dogmatico, intransigente, con la scusa che tanto prima o poi si deve cominciare. Fatto sta che finiscono per spaventare la gente, la fanno sentire inadeguata e scatenano reazioni di protezione contro ogni pur ineluttabile, e
doveroso, cambiamento. Meglio sarebbe la maieutica socratica, che poco alla volta fa scoprire un nuovo e migliore punto di vista, piuttosto che ricorrere a saccenti anatemi o, peggio, a controproducenti provocazioni. Ma succede soprattutto ai populisti. Che sono la maggior parte.
Perché la maggior parte di noi è disorientata e non le sembra vero di poter contare su qualche capopopolo aduso alla demagogia che confeziona risposte apparentemente semplici, ovvie, comuni, facili da assorbire e in continuità con il nostro stile di vita e le nostre credenze.
Il capopopolo populista sforna motti, frasi ad effetto, parole d’ordine di facile comprensione che non chiedono sforzi mentali, ma solo una entusiasta e supina sottomissione alla Guida, che promette di difendere la gente dallo sforzo di dover riconsiderare, comprendere, ricominciare a pensare, a scegliere.
La complessità di oggi mette in primo piano le diversità, che costringono a rivedere i nostri comportamenti abituali nei confronti dagli altri. Così le diversità diventano il terrore del populista, che ha bisogno di una normalità fatta di conformità, prevedibilità, serialità. E dalle diversità occorre quindi difendersi, magari emarginandole o elaborando pregiudizi nei loro confronti. Che si tratti di diversità etniche, culturali, sessuali, fisiche. In molti casi il buon samaritano è considerato uno sfigato o un colluso che sta perdendo il suo tempo appresso a qualcuno che se la è andata a cercare; il bisognoso un rompiballe che paga i suoi errori e, se ha dei difetti fisici, deve farsene una ragione perché non siamo tutti uguali. Così certi individui sono visti come “minacciosi” e quindi da tenere sotto controllo (ci vogliono imporre il califfato), o ignoranti da tenere al loro posto, in basso (razze inferiori), altri come “pesi” che non possono intralciare chi vuole correre (scuole differenziati per “andicappati”), altri ancora come distruttori della morale comune (i “froci”, che sporcaccioni…), altri infine come estremisti disfattisti e menagrami (gli ambientalisti e i cultori delle libertà costituzionali).
Tutto ciò crea mitologie, il cui successo è appeso ad una opinione espressa con più coriandoli di un’altra. Non si capisce altrimenti perché taluni ciarlatani che attingono esclusivamente al proprio umore viscerale diventino di punto in bianco rispettati opinionisti e persino venerabili uomini politici.
Insomma, il cosiddetto populismo è una cosa seria, un pericolo costante per l’intelligenza, la coscienza critica, per la “charitas”, cioè per quel rispetto verso l’Essere Umano che è forse il più grande principio etico espresso dall’Occidente.
Le elezioni europee si aprono domenica in uno scenario di grande precarietà intellettuale e politica. Più Italia o più Europa? Più coesione e solidarietà o più distinzione e intransigenza? Più pace o più guerra? Più uguaglianza o più differenziazione? Più efficienza o più giustizia? Già creando queste contrapposizioni, che fanno torto all’intelligenza della mediazione, si dimostra il peso del populismo, cioè l’incapacità, o
l’indisponibilità della maggior parte della gente a pensare, considerare, “intelligere”, cioè conoscere dentro.
I motti peraltro servono a poco, delle parole d’ordine sarà bene diffidare e i buoni propositi vanno apprezzati quando si trasformano in azioni. La storia comunque ha fatto il suo dovere: la Democrazia, la Costituzione Repubblicana e quella Europea, esigendo il rispetto per l’Essere Umano e per la sua dignità, ci difendono tuttora sia dalle nostalgie celoduriste e dai nazionalismi del fascismo e di ogni altra autocrazia, sia dalle prevaricazioni e dalla violenza di chi contrasta, per motivi politici, ideologici e religiosi l’uguaglianza e la libertà degli individui.
Fate voi…
P.S.: Paola Egonu è italiana, o no, con quella pelle scura? Jannik Sinner è italiano o no, con quei nomi germanici? Michelangelo Buonarroti, nella sua omosessualità, era normale o no? Il diciassettenne Hawking, con la sua sedia a rotelle, a Oxford avrebbe dovuto seguire un itinerario scolastico separato oppure no? Chi è indeciso di fronte a tanta affannante complessità, chieda al generale.

















