

IL DOMENICALE – C’è il rischio che, parlando di sostenibilità, ci concentriamo su ettari, emissioni, energia, acqua e biodiversità dimenticando la risorsa senza la quale tutte le altre perdono gran parte del loro significato: le persone. Un territorio non è un paesaggio da conservare dietro una vetrina, è un luogo nel quale qualcuno deve poter nascere, studiare, lavorare, costruire una famiglia, invecchiare e trovare i servizi necessari; se questo ciclo si interrompe possiamo avere campagne bellissime e borghi perfettamente restaurati, ma avremo perso la comunità che dovrebbe tenerli vivi.
I dati ci dicono che il problema non appartiene a un futuro lontano. Viterbo è già tra le province più anziane del Lazio, con un’età media di 48,1 anni, seconda soltanto a Rieti, mentre l’Istat conferma che sono proprio i comuni più piccoli quelli maggiormente esposti alla perdita di popolazione. La Regione stessa, approvando il Piano 2025-2027 per i piccoli comuni, ha indicato esplicitamente il contrasto allo spopolamento delle aree interne come una priorità, arrivando a prevedere sostegni alla natalità nei centri fino a duemila abitanti. Il problema però non si risolve pagando qualcuno perché rimanga, se poi tutto il resto lo spinge ad andarsene.
Una giovane coppia non sceglie di vivere in un piccolo comune soltanto perché riceve un contributo: deve trovare un lavoro raggiungibile, una scuola per i figli, una connessione digitale affidabile, un medico, trasporti accettabili e la possibilità di non trasformare qualsiasi necessità quotidiana in uno spostamento di decine di chilometri. Altrimenti l’incentivo diventa una misura temporanea, mentre le ragioni strutturali dello spopolamento restano esattamente dove erano.
Qui la politica deve avere il coraggio di cambiare prospettiva. Per troppo tempo abbiamo misurato la tenuta dei servizi quasi esclusivamente attraverso il numero degli utenti: pochi bambini significano una scuola più costosa, pochi passeggeri una linea di autobus meno conveniente, pochi abitanti rendono difficile mantenere un ufficio, un presidio o un’attività commerciale. Ma se applichiamo questa logica fino in fondo alle aree interne otteniamo un risultato inevitabile: togliamo servizi perché diminuiscono gli abitanti, e gli abitanti diminuiscono ancora più velocemente perché abbiamo tolto i servizi. È un circolo vizioso che nessun mercato può interrompere da solo.
La politica deve allora decidere che esiste una soglia minima di cittadinanza che va garantita indipendentemente dalla redditività immediata, perché scuola, sanità, mobilità e connessione digitale non sono premi assegnati ai territori che raggiungono un numero sufficiente di residenti, ma sono anche gli strumenti attraverso i quali si impedisce che quei residenti continuino a diminuire.
Questo significa anche smettere di pensare che tutti i comuni debbano possedere tutto. Sarebbe economicamente impossibile e probabilmente inutile; serve invece organizzare aree territoriali nelle quali più centri condividano servizi, trasporti, strutture scolastiche, assistenza sanitaria, spazi culturali e funzioni amministrative, collegandoli realmente tra loro. Cinque piccoli comuni che difendono ciascuno la propria debolezza rimangono cinque piccoli comuni deboli; cinque comunità che progettano insieme possono raggiungere la dimensione necessaria per mantenere servizi che separatamente non riuscirebbero più a sostenere.
C’è poi il lavoro, senza il quale qualsiasi politica contro lo spopolamento rimane incompleta. La transizione ambientale di cui parliamo in questo Domenicale dovrebbe essere utilizzata proprio per creare nuove opportunità nella Tuscia, dalla gestione dell’energia alla manutenzione delle reti idriche, dall’agricoltura tecnologica alla tutela del territorio, dalla ricerca universitaria ai servizi alle persone. Se investiamo miliardi nella sostenibilità ma le professionalità qualificate vengono da fuori, realizzano gli interventi e poi se ne vanno, avremo modernizzato le infrastrutture senza rafforzare la società locale.
Anche l’Università della Tuscia dovrebbe diventare una parte centrale di questa strategia, non soltanto un luogo nel quale formare giovani bravi, ma uno strumento per trattenerne almeno una parte, collegando ricerca, imprese, amministrazioni e nuove professioni legate alla trasformazione ambientale ed economica della provincia.
La vera responsabilità della politica è quindi smettere di considerare lo spopolamento come una fatalità demografica e cominciare a trattarlo come il risultato, almeno in parte, delle condizioni che siamo capaci o incapaci di creare. Possiamo restaurare borghi, proteggere boschi e produrre energia pulita, ma la sostenibilità più difficile da ottenere resta un’altra: fare in modo che tra vent’anni ci siano ancora persone che abbiano scelto liberamente di vivere qui, perché una Tuscia senza persone sarebbe forse ancora bellissima da visitare, ma avrebbe smesso di essere un territorio nel quale costruire un futuro.


















