

NON HANNO UN AMICO
Luca Bizzarri
Teatro Romano di Ferento, 23 Luglio 2024
di Matilde Massarenti
FERENTO – Tra le mille teorie che s’ingegnano di trovare una qualche spiegazione creazionistica all’inizio del Tutto ve n’è una, contenuta in certi papiri del terzo secolo dopo Cristo, che mi ha sempre affascinato: essa attesta che l’universo sia stato generato da una risata di Dio. Per citare
precisamente il testo, “non appena egli scoppiò a ridere, apparve la Luce”.
Questa fiaba, come del resto ogni fiaba ben scritta, porta con sé una verità profondissima, ovvero come la capacità di ridere (del mondo, degli altri, di sé stessi) possa illuminare l’esistenza umana.
Non è certo un caso che ogni potere assoluto, ad ogni latitudine, abbia sempre tentato di far piazza pulita dell’umorismo, della satira, del potere liberatorio che il riso porta con sé.
Bene ce lo racconta Umberto Eco quando costruisce un intero romanzo tutt’intorno alla figura di un monaco benedettino il cui unico fine in vita era tener nascosto al mondo il secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e al riso e ritenuto perduto, libro da lui stimato pericolosissimo, addirittura avvelenandone le pagine così che chiunque si trovasse a leggerlo ne morisse portandone con sé i segreti.
Altrettanto efficace (e senza la necessità di scrivere oltre cinquecento pagine, ché il teatro vive di
sintesi) risultava ogni sera la battuta che l’insostituibile Paolo Poli mise sulle labbra della sua Rita da Cascia, “Stolti, non ridete! Nelle Scritture è detto che Egli pianse, mai che Egli rise!”, la quale battuta suscitava puntualmente, mirabile contrappasso, un’esplosione di risa in platea e persino una denuncia per vilipendio alla religione dell’allora onorevole Scalfaro al quale era evidentemente negato il dono del riso che illumina e che non apprezzò affatto una Rita en travesti.
Dunque il riso è indubitabilmente necessario, e lo è ancora di più quando l’artista che suscita il riso non vuole che si rida di lui, ma di noi stessi per mezzo di lui. Prima di perdersi nel limbo autocelebrativo che attende quasi tutti i grandi e grazie all’aiuto di sapienti sceneggiatori e intelligenti registi, era questo il mestiere di Alberto Sordi, anche se all’epoca non tutti ne furono coscienti poiché intelligentemente gli autori, un’occhio al botteghino e uno al messaggio, annacquavano il veleno della satira di costume con l’acqua brillante della commedia all’italiana: chi rideva di Sordi rideva di sé stesso.
Ancora di più rideva di sé stesso chi rideva alla satira, questa sì feroce per l’epoca e dunque ancora più liberatoria per lo spettatore, di Villaggio, dove l’intero ceto impiegatizio riconosceva sé stesso nella lente d’ingrandimento distorta di Fantozzi o Fracchia e, ridendo, si accorgeva delle surrealtà presenti nel microcosmo in cui gli era toccato in sorte di guadagnarsi il pane.
Dunque la satira è atto che libera, è voce che in un mondo in cui nessuno, per un motivo o per l’altro, si azzarderebbe mai di affermarlo in pubblico non teme di urlare al vento, in uno scoppio di risa, che il re è nudo. Essa non è mai buona o cattiva, di buon gusto o di cattivo gusto, irrispettosa o (Dio non voglia mai!) rispettosa: semplicemente è.
Per dirla letterariamente, essa è il “fool” shakesperiano che fa da specchio deformante alla tragedia, che rema verso l’autoironia rammentandoci che ridere del mondo, di noi stessi e persino di ciò in cui crediamo non solo è sanamente necessario per imparare ad accettare le nostre inevitabili debolezze e contraddizioni, ma addirittura indispensabile perché ci spinge a farlo con leggerezza,
distacco, umorismo.
Perché questo accada, la satira non può avere regole, mai : dove c’è luce non può esserci mai ombra. Di quanto sopra, Luca Bizzarri fu eccellente vessillo lo scorso martedì al teatro romano di Ferento innanzi a una platea entusiasta fra la quale coloro che s’indignarono perché “perbacco, c’è un limite alla satira!” non ebbero il coraggio di farsi avanti se non sussurrandolo al vicino o alla vicina di posto, tanta era l’atmosfera di libertà che il potere della satira ebbe sul pubblico.
Galvanizzata dalla serata trascorsa faccio l’azzardo di chiedere ai responsabili della programmazione dei nostri teatri, ai quali va il mio ringraziamento per la serata di ieri, di voler ritagliare un maggiore spazio alla satira nell’atto della composizione del cartellone: fin dai tempi
d’Aristofane essa è e rimane a tutt’oggi e ad ogni effetto l’unico antibiotico efficace in grado di sconfiggere, nella società e nel Paese, ogni mortifero batterio presente e futuro.

















