“Bisenzio era un centro etrusco dell’importanza di Vulci, Tarquinia, Cerveteri, Veio e Orvieto”. Così l’archeologo Andrea Babbi (ISPC-CNR Roma) che da anni conduce campagne di scavo nell’area archeologica a picco sul lago di Bolsena.
“Nonostante le ricerche condotte tra ‘800 e ‘900, la conoscenza del sito si basava fino a pochi anni fa su una documentazione asistematica e parziale. Molti, dunque, i punti oscuri e le domande scientifiche che ancora attendevano una risposta – spiega Babbi in un articolo recentemente pubblicato per fornire dettagli sul ‘The Bisenzio Project’ da lui diretto. “Un nuovo progetto – spiega l’archeologo – condotto da un’équipe internazionale, grazie al riesame delle vecchie scoperte e alla realizzazione di nuove ricerche, sta finalmente ridisegnando il quadro interpretativo del sito con numerosi spunti per una rivisitazione della lettura storico-sociale della regione tra secondo millennio e quinto secolo a.C”.
Con le campagne di ricerca 2022 e 2023 si sono raccolti indizi inequivocabili di una vitalità del tutto inaspettata della comunità durante il VI sec. a.C. Sono stati infatti documentati: un’imponente infrastruttura verosimilmente portuale, oggi completamente sommersa e riflesso di una intraprendenza commerciale e di un controllo delle vie d’acqua che solcavano il Lago di Bolsena; dei contesti stratigrafici di natura residenziale in un’area ritenuta usualmente funeraria, indizio dunque di una maggiore ampiezza dell’abitato; un piancito viario e un ulteriore tumulo in area di necropoli, esito di una razionalizzazione dello spazio suburbano e della capacità di alcune famiglie di auto-rappresentare la propria preminenza attraverso strutture funerarie monumentali.
“Nel 2024 le ricerche sul campo hanno avuto il duplice obiettivo di confermare o smentire l’esistenza in contrada “Olmo Bello” di un imponente “fossato” e di portare in luce un distretto di necropoli auspicabilmente non devastato dagli interventi clandestini. In un distretto limitrofo sono state portate in luce alcune sepolture databili tra VIII e inizi V sec. a.C. I rituali inumatorio e crematorio erano associati a strutture rispettivamente a fossa semplice o a sarcofago litico, e a pozzo con cista litica.
Se i corredi dei contesti più profondi erano perfettamente conservati, anche quelli delle sepolture più superficiali alterate dai successivi lavori agricoli, erano largamente preservati.
[…] L’analisi dei corredi e le indagini sui reperti osteologici, tra cui una deposizione ottimamente conservata, sono il primo passo verso la creazione di una banca dati imprescindibile per ricostruire, grazie alle microstorie dei singoli individui, la macrostoria della longeva comunità di Bisenzio descritta usualmente come composita perché di frontiera”. Conclude Babbi.
Le campagne di scavo archeologico stratigrafico sono avvenute in regime di concessione ministeriale e grazie al supporto economico della Fritz Thyssen Stiftung. Le ricerche, svolte sotto l’egida dell’Istituto di Scienze per il Patrimonio Culturale del CNR (ISPC) e del Leibniz-Zentrum für Archäologie di Mainz (LEIZA), grazie a numerose collaborazioni scientifiche (per es. Johannes Gutenberg-Universität Mainz), e al supporto logistico del Comune di Capodimonte (VT), del Gruppo Corvi – Concessionario Toyota e della Sezione Capodimonte di Archeotuscia, hanno visto la partecipazione di giovani archeologi, antropologici fisici e restauratori provenienti da diversi paesi europei, dalla Svizzera e dal Regno Unito.





















