
IL PUNTO DI VISTA – Certo, potremmo far passare tutto in cavalleria – come si diceva un tempo – rubricando le riflessioni che seguono nel novero dei lamenti che le generazioni più anziane fanno di fronte al cambiamento, tipo “O tempora, o mores”. Ma non è così, parola di sociologo…
L’ignoranza becera oggi è all’arrembaggio. Che c’è sempre stata, per carità, ma almeno un tempo veniva relegata ai margini del sapere, sovente ai margini della società perché i canali di comunicazione possedevano una certa selettività che filtrava il vero, il verosimile e il falso, almeno nella cultura e nella scienza.
Ovviamente anche il sistema scientifico presenta delle falle, come ogni impresa umana. Robert K. Merton negli anni ’60 del secolo scorso dimostrò che nella comunità scientifica si creavano talvolta gruppi portatori di visioni eterodosse non tanto fondate su un modello scientifico alternativo, quanto impegnate a far valere le proprie “opinioni” per costruire sistemi alternativi di potere.
Il pensiero critico del secondo ‘900 d’altronde aveva posto il problema del condizionamento che il potere economico – fosse capitalista o
collettivista – esercitava sulla cultura e quindi anche sulla scienza. Nel frattempo era arrivata la grande stagione del relativismo scientifico, dettata dalla fisica quantistica, dal Principio di Indeterminazione di Heisenberg e dal pensiero di Karl Popper, quello del valore di una teoria scientifica solo “fino a prova contraria”.
Veniva correttamente colpita al cuore la versione totalitaria della scienza, fondata su un oggettivismo inappellabile, apodittico che aveva caratterizzato i decenni tra l’ultimo quarto dell’800 e la prima metà del ‘900. Uno scientismo assolutista che neppure Torquemada…
Tuttavia, la scienza su un punto meritava la preminenza nel campo del sapere: che si era dotata di un procedimento analitico ed esplicativo fondato sulla ragione, sull’evidenza verificata e sperimentata dei fatti, su una metodologia di ricerca che non lasciava nulla al caso e che si esprimeva dopo che la sperimentazione aveva verificato la congruenza del procedimento e del cammino teorico ed esplicativo, sia induttivo che deduttivo.
Cosicché oggi è possibile affermare che il sapere scientifico è la forma di conoscenza della realtà più vicina alla Verità empirica; poi ci può essere quella metafisica, e quella religiosa, che però sono un’altra cosa.
Ma che cosa succede ora? Che i media si sono aperti a chiunque voglia esprimere la sua idea, e questa idea non è accettata tanto per una sua ammissibilità, ma semplicemente per la sua capacità di rovesciare i punti di vista acquisiti: attirando l’attenzione del colto e dell’inclita, del curioso e del qualunque, confidando soprattutto nella sua eccentricità, nella sua stravaganza, in una originalità che promette di far vedere il mondo magari alla rovescia, sobillando i dubbi, il gusto represso del snobismo intellettuale più sfrenato, o addirittura solleticando una sottaciuta vocazione a liberarsi del noto per volare sull’ignoto come se fosse il vero.
E questo, grazie a uno strumento, quello di internet e dei social, che offre un “tana libera tutti” dove ciascuno può esprimersi come vuole, sapendo di guadagnare attenzione (e non solo quella…), di esibire a poco prezzo una personale riconoscibilità nel mucchio, mettendo in dubbio la routine sociale e culturale della convivenza “normale”.
Fateci caso: chi è noto al vasto pubblico dei media, quello che dice cose normali o quello che strombetta ed esclama dimenandosi sul suo scranno? Così, in questo mondo di strilloni e di macchiettari, perfino una suggestiva corbelleria farà più rumore di una risaputa espressione di buon senso comune. Fino a diventare una possibile “verità”. E se prima per lo meno c’era la realtà evidente a frenare costoro, oggi con la possibilità di manipolare tale realtà mediante l’Intelligenza Artificiale e di creare fakes immaginifiche che sembrano aver tutti i crismi del reale e del vero, ecco che le loro stramberie si dotano di quella che fino ad ora era stata quanto meno la difesa più efficace della scienza: la prova dei fatti.
Oggi i fatti non sono automaticamente evidenze, prove. Chiedete alla signorina Aitana Lopez. Chi ci perde in tutto ciò? Chi non sgomita per dire la sua, quale che essa sia, ma fa informazione corretta, scientificamente sostenuta; che si tratti di sana alimentazione, di salute, di giustizia sociale, di storia, di cultura.
Allora, ecco i terrapiattisti che rovesciano corbellerie verbali e visive su un pubblico ansioso di vedere un “mondo diverso”, mostrando persino i “confini piatti della terra” (e spero che ci sia un muretto di contenimento, sennò si casca di sotto); ecco i raeliani che fingono di scovare le immagini di elicotteri e di carri armati tra i geroglifici egiziani e il cuneiforme dei sumeri; ecco i complottisti che talvolta con il volto sconcertato, talvolta con espressioni ammiccanti ti vogliono dimostrare che i poteri occulti ci tengono al guinzaglio con i vaccini e che Neil Armstrong è stato solo il bravo interprete di un film di fantascienza spaziale.
Il marasma, la contraddizione, le “sparate” ad alzo zero sulla ragione così vengono a dilagare. Gli psicologi sociali parlano di “bias cognitivo”, di errori che servono al consolidamento delle proprie convinzioni, spesso eccentriche, per rafforzare la propria identità personale, altrimenti inappagata o messa a dura prova dalla complessità del sociale.
E se ci si mette anche la politica di piazza, quella che inneggia giustamente all’emancipazione femminile ma che contemporaneamente grida al rispetto della diversità culturale dei popoli islamici, sottintendendo così l’emarginazione della donna musulmana? Oppure quella che giustamente denuncia l’inquinamento causato dalle fonti energetiche non rinnovabili, auspicando l’uso di quelle pulite del sole e del vento, ma poi si lamenta della sottrazione di suolo degli impianti fotovoltaici e degli inestetismi e dei pericoli per le migrazioni dei pennuti di quelli eolici, fino a sognare talvolta una “decrescita felice” in stile preindustriale?
Allora, il mondo diventa un coacervo di cose invalse, invalide o invalidabili dove la verità non conta più, neppure come forma di sapere convenzionalmente sottoscritta dai più almeno sul piano della ragione, del buon senso e della evidenza sperimentale.
Perché c’è un mondo sedicente intellettuale in cui conta di più il gridare come fossimo al mercato del pesce, inventare accattivanti paradossi, attirare l’attenzione come gli imbonitori di piazza, gridare “al lupo al lupo” se si sente cantare un cagnolino, guardare il dito che indica la luna piuttosto che la luna o, come si suole dire, “fare di ogni erba un fascio” con poca attenzione e molto pregiudizio. Dove, insomma, conta di più fare scandalosamente strame dell’intelligenza umana.


















