
“Quel pozzo non s’ha da chiudere”, ipse dixit la gente del Bagnaccio. Il fatto del giorno nella città capoluogo è a base di termalismo. Siamo in una traversa della strada Martana, tra le campagne viterbesi. Qui da due anni a questa parte un’associazione di giovani, che va sotto l’etichetta di associazione di promozione sociale ‘Il Bagnaccio’, ha costruito un messaggio di speranza per il termalismo in salsa giallo blu. Ma gli è scaduta la convenzione e il Comune sembra non intenzionato a rinnovarla. La questione è esplosa questa mattina in consiglio comunale, dove è stata tirata fuori da un’interrogazione presentata al sindaco dal consigliere di Fondazione Gianmaria Santucci.
Il contesto
Quella che era un’area da bivacco selvaggio è diventata altro, un esempio di come andrebbe gestito il cosiddetto termalismo libero. E’ bastato l’impegno, la fiducia in un sogno e un buon piano di azione. Tutto si è concretizzato così: 200mila euro di investimenti e una tessera da 40 euro all’anno per i fruitori, tessera però non obbligatoria. “Se non la fai nessuno ti punta la pistola alla tempia”, “La paghiamo ben volentieri perché i ragazzi che hanno ideato l’associazione se la meritano, guardate che capolavoro hanno fatto”; sono le frasi più gettonate che raccogliamo recandoci sul posto. A pronunciarle sono gli stessi fruitori, gente che troviamo lì, in costume e ciabatte.
L’associazione ha siglato un’intesa nel 2011, con l’allora assessore al Termalismo Claudio Taglia. Tutto è però stato avviato solo nell’estate del 2013, una concessione biennale per l’utilizzo dell’acqua del pozzo. Parliamo di 2 litri di acqua al secondo, prelievo reso necessario perché in seguito a dei precedenti lavori nella zona “le polle”, che avevano 4 litri al secondo, si sono trovate in pratica con 0,5 litri al secondo. Quantità di liquido termale non sufficiente a riempire le vasche.
L’11 luglio sono terminati i due anni e Palazzo dei Priori non sembra intenzionato a rinnovare la convenzione.
Il “chiudi rubinetti” Pagano e la missione fallita
Oggi pomeriggio alle 17 l’arrivo del direttore di miniera Giuseppe Pagano, con l’incarico di chiudere il rubinetto per mandato dell’amministrazione comunale. Ma ad aspettarlo il geologo ha trovato un muro umano, uno scudo di persone pronte a fermarlo. “Deve spostarci di peso, caro professore. Quanto vuole fare il Comune è assurdo. Questi ragazzi hanno la colpa di aver realizzato un servizio impeccabile per il termalismo viterbese. C’è forse la volontà politica di punirli?”, questo il coro.
Pagano intavola un dialogo e si pone come intermediario tra i presenti e il sindaco Michelini, che dall’altra parte della cornetta decide di dare un segnale di apertura: “No alla chiusura immediata del pozzo e convocazione di un tavolo di confronto tra Palazzo dei Priori e i rappresentanti dell’associazione domani pomeriggio alle 17,30”.
Ma la missione di Pagano sarebbe fallita comunque. Infatti provando ad aprire il lucchetto di accesso al pozzo si è scoperto che la chiave non riusciva a girare, colpa dell’ossidazione.
Il patrimonio dell’associazione e la via d’uscita momentanea dal collo di bottiglia
Sul tavolo c’è un investimento di 200mila euro e un tesseramento annuale volontario a cifre bassissime. Parliamo di 40 euro all’anno, a conti fatti siamo nell’ordine di 10 centesimi al giorno. Nel 2014 sono state fatte 3.700 tessere, in questo 2015 siamo già a 3mila. Tre i posti di lavoro creati.
Chi si reca oggi al Bagnaccio trova un’area pulitissima, anzi specchiata. Le vasche vengono svuotate e pulite ogni sera. Solo chi ricorda come era questo luogo e ci viene oggi può rendersi conto di cosa stiamo parlando.
Chiudere il pozzo e mandare alla malora tutto questo sarebbe folle. Considerando anche che parliamo di un’area di proprietà privata. Molto probabilmente il buon senso prevarrà e si concederà un affidamento in custodia in attesa di individuare una soluzione sul futuro. Occhi puntati sul tavolo di domani. Ma sono già in tanti a chiedersi: perché sta accadendo tutto questo?

















