
VITERBO – Solo chi non fa, non sbaglia mai. L’antico adagio ben si adatta alla situazione di Viterbo dove il fare è sempre foriero di polemiche e proteste, spesso pretestuose. Il caso dello spostamento del mercato del sabato dal Sacrario è in questo senso emblematico. Per anni, in molti ne hanno criticato la collocazione logistica con una motivazione assolutamente valida: non è logico in quel giorno della settimana chiudere il parcheggio più grande del centro. Ma quando finalmente l’amministrazione comunale decide di passare dalle parole ai fatti, ecco che in tanti (forse anche alcuni che in passato ne criticavano la presenza) cominciano a sbraitare, sostenendo che quel trasferimento non ha senso, che chi andava al mercato magari poi si faceva anche un giretto per i negozi della zona e via dicendo… Peccato che non ci fosse la possibilità di parcheggiare l’auto, se non in zone abbastanza lontane e con un necessario pizzico di buona sorte.
Si sente dire che lo spostamento sia un capriccio di una o più forze politiche della maggioranza e che il sindaco non ne sia particolarmente contento, ma questo non cambia il senso del ragionamento: quel mercato (rimasto sostanzialmente immutato da anni, anzi per certi versi addirittura peggiorato) non ha più senso che continui a svolgersi in un luogo deputato alla sosta delle auto e per di più il sabato mattina, la giornata che dal punto di vista commerciale è sicuramente la più favorevole. Non solo, ma i frequentatori di quel bazar sostengono che ormai di buono c’è rimasto molto poco: tante cineserie, parecchie cianfrusaglie, abbigliamento di scarsa qualità (e in molti casi di provenienza estera) e prezzi non esattamente competitivi. Valeva la pena continuare a tenerlo lì? Peraltro, anche nella scorsa consigliatura l’allora maggioranza di centrosinistra ci provò; in particolare, l’assessore Sonia Perà lavorò a lungo sulla questione, provando a trovare un accordo con gli ambulanti. Tutto vano perché le tensioni interne (soprattutto nel Pd) minarono alla base il tentativo che infatti non andò a buon fine.
Adesso la giunta Arena ci riprova con un provvedimento temporaneo che darà la possibilità di valutarne gli effetti, oltre che di provvedere ad una necessaria rivisitazione delle licenze in scadenza a fine anno. Sarebbe auspicabile non solo una riduzione numerica, ma anche una scelta maggiormente improntata alla qualità, magari puntando di più sulle tipicità locali, sia alimentari che artigianali. E’ solo un’idea, per carità: magari ce ne saranno altre, anche più valide e più praticabili. Intanto, è importante che si parta con lo spostamento.
Nel tiro al piccione contro il provvedimento, si distingue pure la locale classe giornalistica composta molto spesso da tifosi, anzi da veri e propri ultras. Questi ultimi, come il calcio insegna, vanno avanti per dogmi intoccabili: esiste solo, nel bene e nel male, la squadra per cui si tifa e tutte le altre (compresi naturalmente i loro sostenitori) sono meno di niente (eufemismo). A parte il fatto che definire “giornalista” gente che svolge tutt’altro lavoro e di questo vive, è una forzatura permessa solo dalla insulsa legislazione italiana, vien da chiedersi se non spetti principalmente al giornalista (quello vero) informarsi, capire, parlare con chi la pensa in modo diverso e solo a quel punto scrivere cercando di offrire ai propri lettori (spesso molto pochi nel caso di Viterbo) un panorama completo. Invece no, gli ultras nostrani pontificano a prescindere e spesso senza cognizione di causa: chi è contro Arena o magari uno dei suoi assessori, sputa veleno; chi è favorevole, lo fa in modo acritico. A prescindere, appunto, dal merito delle questioni.
Così vanno le cose in terra di Tuscia. Non c’è da esserne contenti.


















