
Prima o poi si doveva arrivare al redde rationem, o più volgarmente resa dei conti. Proprio così: la situazione finanziaria di Talete (la società che gestisce il servizio idrico integrato nella Tuscia) riesplode in tutta la sua drammaticità dopo le parole del nuovo presidente Andrea Bossola che ha chiarito ai soci (i Comuni del Viterbese) come siano necessari 40 milioni di euro per rimettere in sesto i conti dell’azienda. Quaranta cucuzzoni tondi tondi. Mica bruscolini.
Come è possibile? Molto semplice. Le operazioni di maquillage finanziario hanno il fiato corto: servono per tamponare le emergenze, ma poi la verità viene a galla. E che le cose non andassero bene dal punto di vista economico lo si sapeva da tempo, da quando per la precisione l’allora presidente Stefano Bonori certificò attraverso una due diligence (sostanzialmente un’analisi approfondita della situazione patrimoniale e conseguentemente una valutazione dell’effettivo stato della società) che all’epoca – si parla di 3-4 anni fa – sarebbero serviti 4,5 milioni di euro per sistemare le cose. Una cifra che fu giudicata non sopportabile dai detentori delle quote e che portò all’estromissione di quel consiglio di amministrazione.
I nuovi amministratori riportarono la situazione in termini ben più accettabili per le casse comunali giustificando il nuovo risultato (qualche decine di migliaia di euro di passivo) con una diversa valutazione delle varie poste di bilancio. E così si è andati avanti per un paio di anni ancora fino ad arrivare all’assemblea dell’altro giorno quando è venuta fuori questa cifra di 40 milioni di euro. La domanda a questo punto è d’obbligo: come se ne viene fuori? Molto semplice: o ce la mettono i Comuni o bisogna rivolgersi al mercato. Il che, in parole povere, significa far entrare soci privati.
Siccome è impensabile che i vari comuni si possano far carico di una così onerosa ricapitalizzazione, allora si arriva immediatamente alla seconda ipotesi: privatizzazione. E qui già si immaginano gli alti lamenti dei fautori a tutti i costi dell’acqua totalmente pubblica. Ma cosa c’è di più pubblico di una società detenuta dalle amministrazioni comunali e quindi da tutti i cittadini? Il problema che quasi vent’anni di Talete hanno portato alla situazione attuale, assai vicina al dissesto, nonostante le tariffe applicate siano ben poco “popolari”. E qui si parla di amministratori appartenenti ad ogni parte politica e quindi nessuno può considerarsi esente da responsabilità.
Talete è una pentola a pressione che rischia di esplodere da un momento all’altro. I soci lo sanno benissimo, così come lo sa la Regione che ugualmente non può considerarsi esente da colpe o omissioni: basti pensare agli onerosissimi dearsenificatori o al tempo necessario per obbligare all’ingresso in Talete i comuni che finora non lo hanno fatto. E le ultime vicende, come i ricorsi accolti dal Tar, dimostrano che il percorso è tutt’altro che concluso. Talete, insomma, fa acqua da tutte le parti. E non è affatto una battuta di bassa lega.


















