Backstage - Riposa in pace, Lucianone
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E proprio nel capoluogo ebbi modo di conoscerlo e di frequentarlo pressoché quotidianamente. Allora, metà degli anni Novanta, lavoravo al Corriere dell'Umbria proprio alla redazione sportiva.

Luciano Gaucci se ne è andato in silenzio. Perché la malattia che lo aveva colpito da tempo è progressivamente inesorabile e riduce alla quiete forzata anche le persone più esuberanti, qual era appunto l’ex presidente della Viterbese. Lucianone era davvero venuto su dal nulla: prima autista dell’Atac, quindi impiegato nella ditta di pulizie (La Milanese) del suocero che poi aveva rilevato facendola diventare una grande azienda con centinaia di dipendenti. Insomma aveva fatto fortuna in quel settore, fino ad entrare nel mondo del calcio. Era stato vice presidente della Roma con Dino Viola capo supremo, poi il passaggio a Perugia preso mentre navigava in cattive acque in serie C.

E proprio nel capoluogo ebbi modo di conoscerlo e di frequentarlo pressoché quotidianamente. Allora, metà degli anni Novanta, lavoravo al Corriere dell’Umbria proprio alla redazione sportiva. Il Perugia aveva conquistato la promozione in B vincendo lo spareggio di Foggia contro l’Acireale, ma era stato ricacciato in terza serie in quanto proprio Gaucci era stato riconosciuto colpevole dalla giustizia sportiva di aver “comprato” un arbitro di Fermo regalandogli un cavallo. Ero inviato a Casarano per l’ultima di campionato quando i Grifoni conquistarono appunto il diritto a giocarsi la promozione contro i siciliani. Fui testimone diretto della terribile sfuriata con cui “Uragano”, al termine della partita contro i salentini, licenziò l’allenatore Novellino e affidò la squadra a Ilario Castagner, il tecnico che per la prima volta aveva portato il Perugia in serie A. Sembrava una decisione avventata e sbagliata e invece si rivelò corretta: Castagner vinse lo spareggio (ma non servì a nulla) e l’anno seguente portò i biancorossi in serie B.

Nel frattempo, Lucianone riuscì a coltivare l’altra sua grande passione: l’ippica. Aveva acquistato per 12 milioni di lire il cavallo Tony Bin che poi riuscì a vincere in carriera circa 3 miliardi, compreso l’Arc de Triomphe di Parigi, una delle corse più prestigiose del mondo. Intanto, le ambizioni calcistiche non si erano affatto assopite: voleva la seria A a tutti i costi. A metà stagione (era il campionato 1995-’96) mandò via Castagner e chiamò alla guida tecnica Giovanni Galeone che era stato il grande protagonista del “miracolo” Pescara, promosso in serie A e fautore di un gioco spumeggiante e tutto votato all’attacco. Ebbe ragione anche quella volta: Perugia trionfalmente promosso. Ma anche Galeone era un personaggio tutt’altro che semplice da gestire. Nonostante i buoni risultati ottenuti, i dissidi con Gaucci divennero insanabili: la vigilia di Natale, il Perugia pareggiò a Bologna, ma Galeone già sapeva che sarebbe stata la sua ultima partita sulla panchina biancorossa. Capitano di quel Grifo era Massimiliano Allegri, detto “Acciughino”: un fedelissimo di Galeone e quindi tutt’altro che simpatico al presidente. Arrivò come tecnico Nevio Scala, reduce dalle straordinarie stagioni a Parma, ma la retrocessione fu inevitabile. E durante il periodo biancorosso vinse anche due scudetti Primavera consecutivi (il capitano di quella squadra era il figlio minore, Riccardo; il più grande Alessandro era invece il suo principale consigliere), il secondo dei quali nella finale di Misano Adriatico contro il Brescia, nel quale giocava un certo Pirlo. A quei tempi, il direttore sportivo era Ermanno Pieroni, mentre Francesco Ghirelli (oggi presidente della Lega di serie C) era il direttore generale.

Luciano Gaucci con la moglie Elisabetta Tulliani

Praticamente sentivo Gaucci ogni giorno perché molto spesso imponeva il silenzio stampa e l’unico a parlare era lui. Infiniti gli aneddoti legati a quelle telefonate. Una volta, mentre parlava con me, si rivolse al suo autista: “Mario, sul tavolo ci stanno du’ milioni: comprami le cravatte. Quelle belle, mi raccomando”. Due milioni per le cravatte… Un’altra era malato nella sua casa di Roma e accolse la mia chiamata con una domanda: “Dottore mio, sa chi è venuto a trovarmi oggi?”. “No, presidente: veramente no”. “Sua Eminenza”. Non sapevo che dire, ma lui intervenne a salvarmi: “Il cardinale Fiorenzo Angelini, che è amico mio. E sa che mi ha detto?”. “No, presidente: veramente no”. “Oggi so’ venuto a trova’ du’ malati: Luciano e il Perugia”. E giù una gran risata. Inutile aggiungere che in quelle settimane, il suo Perugia non navigava in buone acque.

Qualche anno dopo ritrovai Gaucci a Viterbo: io ero diventato responsabile della redazione del Corriere di Viterbo e lui aveva acquisito la Viterbese, dopo l’esperienza perugina. Quando andai a salutarlo al “Rocchi” rimase senza parole: “E lei, dottore mio, che ci fa qui?”. Ci abbracciammo come vecchi amici e lui regalò a mio figlio che avevo portato con me un’enorme calza della Befana, lunga almeno 2 metri. Il portabagagli della sua Mercedes era stracolmo di calze di quel tipo: le aveva portate per donarle ai figli dei calciatori. Il suo uomo di fiducia era all’epoca Francesco Battistoni (oggi senatore di Forza Italia) che già collaborava con Lucianone ai tempi del Perugia.  Con lui sempre la moglie Elisabetta Tulliani (era stata compagna di scuola del figlio Alessandro ed era famosa per le minigonne vertiginose, definite “ombelicali” da noi giornalisti) e il di lei fratello Giancarlo, meglio conosciuto come “Elisabetto”. Sì, proprio quello della casa a Montecarlo che avrebbe inguaiato anche l’ex presidente della Camera, Gianfranco Fini. Qui a Viterbo sfiorò la serie B, ma non ce la fece a conquistare la promozione. Sempre nella Tuscia, era di casa ad Acquapendente dove amava trascorrere le vacanze nel prestigioso castello di Torre Alfina. Lì offriva pranzi e cene luculliane ai suoi ospiti: calciatori e allenatori, ma soprattutto politici ed ecclesiastici di rango elevato.

Lucianone con Saadi Gheddafi

Dire che Luciano Gaucci era un tipo vulcanico non riesce a rendere bene l’idea. Dopo i fasti del calcio, conobbe periodi difficili, fu implicato in vicende giudiziarie e fu costretto ad andarsene a Santo Domingo, dove è morto ieri. Aveva compiuto 81 anni il 29 dicembre scorso. Memorabili alcuni suoi colpi: il giapponese Nakata acquistato per pochi spiccioli e rivenduto alla Roma per 40 miliardi; il figlio di Gheddafi che giocò qualche spezzone di partita nel Perugia, ma suo padre pare che avesse sborsato un bel po’ di petrodollari per fargli provare la serie A; Carolina Morace chiamata a guidare la Viterbese in C, prima donna ad allenare una squadra professionistica. Indimenticabile anche la lite con l’allora presidente del Bari Vincenzo Matarrese, mandato senza mezzi termini a quel paese in associazione con il fratello Antonio, presidente della Federcalcio.

Una persona sicuramente difficile, ma sempre disponibile: mai una volta che si sia negato al telefono. E quando proprio non poteva, richiamava lui. Aveva i suoi difetti, certamente, ma anche un’amabilità di fondo attraverso la quale si faceva benvolere. Fu uomo di grandi impuntature, ma era un entusiasta e soprattutto un generoso. Spesso anche troppo. E di questa dote (o difetto) approfittarono in molti.

Riposa in pace, presidente Lucianone.

Ps. Nella foto di copertina, chi scrive è il primo a sinistra: la foto fu scattata allo stadio “Renato Curi” di Perugia

 

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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
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Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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