
Le dimissioni del sindaco Caprioli a Civita Castellana meritano alcune riflessioni di natura non solamente politica. Innanzitutto, un plauso: quando ci si rende conto che una determinata esperienza per qualunque ragione non può più essere portata avanti, bisogna semplicemente prenderne atto ed essere coerenti. Non è da tutti infatti lasciare l’incarico di primo cittadino ad appena un anno da una plebiscitaria elezione e a poco più di una settimana da un faticoso rimpasto che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto dare rinnovato slancio all’amministrazione. Evidentemente, le cose stavano in maniera ben diversa e Caprioli non se l’è più sentita e ha mollato, tenendo la decisione per sé (e per pochissimi intimi) fino a quando l’ha comunicata nell’aula consiliare. Ragioni personali innanzitutto, ma anche ragioni amministrative e politiche, gli hanno consigliato di lasciar perdere: un paio di malori negli ultimi tempi e l’aver dovuto ingoiare qualche rospo di troppo al momento del rimpasto sono state le cause evidenti dell’abbandono. Di più non è dato sapere e gli esercizi di dietrologia spicciola (pratiche edilizie, temi ambientali) non servono se non ad alimentare uno sterile dibattito.
Franco Caprioli, professionista stimato in città, era stato voluto dalla Lega che un anno fa viaggiava a gonfie vele sia nella Tuscia che nel resto d’Italia. Personaggio lontano dai giochi politici alla guida di una coalizione di centrodestra che, dopo aver conquistato il capoluogo, espandeva il suo potere sui comuni più importanti della provincia. Una sorta di prova generale per i salviniani che avevano inutilmente tentato di ottenere la candidatura di un loro esponente per Viterbo, ripiegando poi di fronte al nome di Giovanni Arena, praticamente imposto da Forza Italia e a fronte di candidature conquistate in altre città. L’obiettivo evidente per la Lega resta Palazzo dei Priori, ma qui a Viterbo ci sarà comunque sempre da fare i conti con i fratellitaliani storicamente molto presenti in città.
Ma alla prova dei fatti l’amministrazione civitonica non ha retto alle spinte e alle controspinte, soprattutto interne allo stesso gruppo consiliare della Lega che da mesi aveva messo nel mirino due assessori molti vicini al sindaco ottenendone alla resa dei conti la recente defenestrazione. Scelta nefasta che Caprioli ha avuto il coraggio di mandare all’aria nel giro di una decina di giorni. Non sembra, anche dalle dichiarazioni dei maggiori esponenti leghisti, che ci siano possibilità di una ricucitura o di un ripensamento nell’arco dei 20 giorni che la legge consente per confermare o ritirare le dimissioni. Insomma, ci si dovrebbe avviare ad un lungo periodo di commissariamento prima di poter tornare a votare l’anno prossimo.
Dal punto di vista politico, la botta per il partito di Salvini non è facile da assorbire: è evidente (e questo vale per tutti e a tutti i livelli) che urlare dall’opposizione è molto più semplice che guidare una macchina amministrativa complessa come un Comune, sebbene di medio-piccola importanza. Non dimenticando mai che, soprattutto a livello locale, si innescano anche meccanismi personali che talvolta generano incomprensioni e/tensioni complicate da gestire. Ma il tema può essere proiettato anche a livello nazionale dove il leader leghista deve fare i conti con un Berlusconi che, a dispetto dell’età, non ha alcuna voglia di farsi da parte, anzi recitando il ruolo del padre saggio continua a svolgere una funzione decisiva sebbene delegando ad altri il compito della rappresentatività in prima linea; ma soprattutto con la rampante Meloni, decisamente più efficace nella comunicazione durante le fasi più critiche dell’emergenza, tanto da essere premiata da sondaggi sempre più convincenti e, guarda caso, proprio a scapito dell’alleato leghista.
I nodi verranno al pettine (a Civita Castellana come a Roma) se e quando si tornerà a votare. Il Cavaliere di Arcore commise nel 2016 un imperdonabile errore quando per l’elezione del sindaco della Capitale scelse di appoggiare Marchini e non Giorgia Meloni, spaccando così il centrodestra e favorendo il ballottaggio tra la Raggi e Giachetti, candidato del Pd, poi stravinto dalla pentastellata. L’anno prossimo si voterà per il Campidoglio e molto probabilmente anche per il primo cittadino di Civita Castellana: la coesione delle coalizioni e la scelta del candidato giusto saranno le condizioni essenziali per convincere gli elettori. Sempre ammesso che il sempre più sgangherato governo Conte possa resistere ancora a lungo: basti pensare al recentissimo caso della Ministra dell’Istruzione. Come si possa pensare di affrontare una crisi epocale come quella prodotta dal Covid-19 con la Azzolina alla scuola e Bonafede alla Giustizia (tanto per citare solo gli esempi più eclatanti) appartiene più ai misteri della fede che alla realtà della politica.

















