Backstage - Perché alla fine tutti tengono famiglia
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A che serve far pagare ai turisti il biglietto per visitare le bellezze artistiche di Viterbo? A niente, tanto più in un momento come questo dove turisti non ce ne sono e chissà mai quando torneranno di nuovo. Tanto più che a fronte del ticket spesso non si è in grado di fornire alcun servizio. E poi la transumanza degli eletti che va sempre condannata: chi è non più d'accordo con il partito con cui è stato eletto deve semplicemente dimettersi. E infine lo scontro sulla giustizia dove la raccomandazione talvolta conta più del merito.

Ma che senso ha far pagare turisti e visitatori per godere di un patrimonio artistico che ancora in larga parte non è fruibile? La proposta dell’assessore comunale alla Cultura e al Turismo De Carolis è passata in commissione non senza qualche mal di pancia nella sua stessa maggioranza. Prima considerazione: è assolutamente vero che la cultura ha un costo e chi ne vuole usufruire deve in qualche maniera contribuire per la tutela e la manutenzione di tali beni, ma è altrettanto vero che al visitatore vanno assicurati servizi che al momento non ci sono in nessuno dei posti in cui invece si dovrà pagare l’ingresso. Si può permettere Viterbo in un momento simile una scelta così tranciante? La risposta è semplice: no. Per una serie di ragioni che non vale neppure la pena enumerare  e che si possono condensare in un’unica parola: mancanza di visione. Turisti non ce ne sono e non ce ne saranno chissà per quanto tempo e così, invece di pensare a qualche incentivo per far venire un po’ di gente in città, si pensa come primo atto a far pagare qualcosa che neppure esiste se non nelle intenzioni. Decisione sinceramente incomprensibile, anche se per fortuna il sofferto “sì” in commissione non significa nulla perché comunque la proposta dovrà essere sottoposta all’approvazione del Consiglio comunale. Che, si spera, potrà essere un po’ più saggio e previdente.

Sorprendenti anche le polemiche scaturite dall’elezione della consigliera Minchella (eletta col Pd, poi transitata in Fratelli d’Italia) alla presidenza della prima commissione. C’erano, è vero, ragioni di opportunità che avrebbero consigliato opzioni differenti, ma alla fine l’atto è assolutamente legittimo. Ciò che vale la pena ripetere è che l’assenza del vincolo di mandato  non può essere usato come scudo per qualunque decisione. Chi viene eletto in un determinato partito, ha il dovere morale (verso le persone che lo hanno votato e soprattutto verso le Istituzioni) di rimanere in quello schieramento e di condividerne le scelte. Se le condizioni di adesione vengono a mancare, bisogna semplicemente dimettersi e andar via. E questo vale per tutti e a tutti i livelli.

La settimana scorsa è stata anche caratterizzata dallo scontro sul ministro della Giustizia, salvato da una doppia mozione di sfiducia individuale dal voto di Renzi e dei suoi seguaci che si sono tappati naso, bocca, orecchie e occhi e hanno detto no, pur riconoscendo pubblicamente che i motivi per mandare a casa Bonafede erano tanti e tutti importanti. In realtà, il timore vero era che il governo potesse cadere e che quindi si dovesse tornare alle urne: ipotesi che spaventa Italia Viva accreditata dalla coralità dei sondaggi di percentuali basse, al limite (e spesso anche sotto) della soglia di sbarramento del 3%. Insomma, ha vinto semplicemente la paura di perdere la poltrona e anzi c’è la concreta possibilità di ottenerne altre in un futuro assai prossimo perché è evidente che Renzi vorrà “concretizzare” l’appoggio al Guardasigilli. Che fino a prova contraria non ha aiutato i mafiosi, ma che sicuramente ha infilato una serie di errori, manchevolezze e leggerezze che avrebbero fortemente consigliato il suo “pensionamento”.

E’ sinceramente preoccupante e disdicevole quanto viene fuori dalle intercettazioni tra l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Palamara e diversi giudici, anche viterbesi. Molto probabilmente non esistono profili penali in quelle conversazioni (e comunque non è questa la sede per approfondire la questione), ma in tutta onestà certe sollecitazioni, anzi vere e proprie raccomandazioni e/o spintarelle non dovrebbero far parte del bagaglio culturale di chi è chiamato ad amministrare la giustizia. Fanno parte di un malcostume imperante in questa nostra Italia dove spesso si preferisce l’amico al merito. Accade sovente, purtroppo, ma questo non significa affatto doversi rassegnare.

Perché alla fine tutti (assessori, consiglieri, magistrati, parlamentari…) tengono famiglia…

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Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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