
Ma che senso ha far pagare turisti e visitatori per godere di un patrimonio artistico che ancora in larga parte non è fruibile? La proposta dell’assessore comunale alla Cultura e al Turismo De Carolis è passata in commissione non senza qualche mal di pancia nella sua stessa maggioranza. Prima considerazione: è assolutamente vero che la cultura ha un costo e chi ne vuole usufruire deve in qualche maniera contribuire per la tutela e la manutenzione di tali beni, ma è altrettanto vero che al visitatore vanno assicurati servizi che al momento non ci sono in nessuno dei posti in cui invece si dovrà pagare l’ingresso. Si può permettere Viterbo in un momento simile una scelta così tranciante? La risposta è semplice: no. Per una serie di ragioni che non vale neppure la pena enumerare e che si possono condensare in un’unica parola: mancanza di visione. Turisti non ce ne sono e non ce ne saranno chissà per quanto tempo e così, invece di pensare a qualche incentivo per far venire un po’ di gente in città, si pensa come primo atto a far pagare qualcosa che neppure esiste se non nelle intenzioni. Decisione sinceramente incomprensibile, anche se per fortuna il sofferto “sì” in commissione non significa nulla perché comunque la proposta dovrà essere sottoposta all’approvazione del Consiglio comunale. Che, si spera, potrà essere un po’ più saggio e previdente.
Sorprendenti anche le polemiche scaturite dall’elezione della consigliera Minchella (eletta col Pd, poi transitata in Fratelli d’Italia) alla presidenza della prima commissione. C’erano, è vero, ragioni di opportunità che avrebbero consigliato opzioni differenti, ma alla fine l’atto è assolutamente legittimo. Ciò che vale la pena ripetere è che l’assenza del vincolo di mandato non può essere usato come scudo per qualunque decisione. Chi viene eletto in un determinato partito, ha il dovere morale (verso le persone che lo hanno votato e soprattutto verso le Istituzioni) di rimanere in quello schieramento e di condividerne le scelte. Se le condizioni di adesione vengono a mancare, bisogna semplicemente dimettersi e andar via. E questo vale per tutti e a tutti i livelli.
La settimana scorsa è stata anche caratterizzata dallo scontro sul ministro della Giustizia, salvato da una doppia mozione di sfiducia individuale dal voto di Renzi e dei suoi seguaci che si sono tappati naso, bocca, orecchie e occhi e hanno detto no, pur riconoscendo pubblicamente che i motivi per mandare a casa Bonafede erano tanti e tutti importanti. In realtà, il timore vero era che il governo potesse cadere e che quindi si dovesse tornare alle urne: ipotesi che spaventa Italia Viva accreditata dalla coralità dei sondaggi di percentuali basse, al limite (e spesso anche sotto) della soglia di sbarramento del 3%. Insomma, ha vinto semplicemente la paura di perdere la poltrona e anzi c’è la concreta possibilità di ottenerne altre in un futuro assai prossimo perché è evidente che Renzi vorrà “concretizzare” l’appoggio al Guardasigilli. Che fino a prova contraria non ha aiutato i mafiosi, ma che sicuramente ha infilato una serie di errori, manchevolezze e leggerezze che avrebbero fortemente consigliato il suo “pensionamento”.
E’ sinceramente preoccupante e disdicevole quanto viene fuori dalle intercettazioni tra l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Palamara e diversi giudici, anche viterbesi. Molto probabilmente non esistono profili penali in quelle conversazioni (e comunque non è questa la sede per approfondire la questione), ma in tutta onestà certe sollecitazioni, anzi vere e proprie raccomandazioni e/o spintarelle non dovrebbero far parte del bagaglio culturale di chi è chiamato ad amministrare la giustizia. Fanno parte di un malcostume imperante in questa nostra Italia dove spesso si preferisce l’amico al merito. Accade sovente, purtroppo, ma questo non significa affatto doversi rassegnare.
Perché alla fine tutti (assessori, consiglieri, magistrati, parlamentari…) tengono famiglia…


















