
Alla fine, nella notte tra venerdì e sabato (praticamente negli ultimi spiragli utili), sono riusciti a partorire il Decreto Rilancio, ex Decreto Aprile. Un tomo da oltre 250 articoli e quasi 600 pagine in cui c’è di tutto e di più. Dallo sport agli ammortizzatori sociali, dal turismo alle imprese, dai trasporti alla cultura, dalla giustizia agli enti pubblici, dai migranti ai vigili del fuoco, perfino i bonus per le bici e i monopattini. Un “omnibus” che cerca di accontentare tutti e che, alla resa, rischierà solo di far arrabbiare tanti. Perché? Per il semplice fatto che, come sempre in Italia, il decretone contiene una valanga di norme, regolamenti e leggi che a loro volta rimandano ad un’altra miriade di norme, leggi e regolamenti: districarsi in questa selva sarà complicatissimo per chiunque. E la conseguenza sarà una sola: a vincere sarà Nostra Signora della Burocrazia, sotto il cui manto infinito si annidano i veri, grandi problemi della nostra Italia in cui occorrono decine di firme, permessi, nulla osta e altri ammennicoli vari per rendere davvero operative anche le migliori intenzioni. Basta pensare che a tante persone non è ancora arrivata la cassa integrazione di marzo… Va detto pure con onestà che mettere d’accordo 60 milioni di persone è impresa praticamente impossibile.
Non c’è dubbio che il pur sgangherato Governo attuale sia animato da ottimi propositi: non lasciare nessuno indietro dopo una terribile epidemia che ha messo in ginocchio l’intero Paese. E però va detto con sincerità che utilizzare meccanismi così contorti come l’ultimo decreto è la strada peggiore per provare a ripartire. Tranciante Sabino Cassese sul Corriere della Sera: “Se la pandemia ha un ciclo ormai chiaro, l’azione di governo ha un ciclo oscuro, vive alla giornata, non sceglie né gli strumenti né i tempi giusti”. “Non si può pensare al medio periodo solo con il metodo ‘aiuta-tutti’… Qualche scelta andrà fatta e (…) occorre pensare a qualcosa anche per il rilancio dell’economia reale”, chiosa Salvatore Cannavò sul Fatto Quotidiano, molto vicino ai Cinquestelle e dunque all’esecutivo. La citazione dei commenti potrebbe continuare a lungo ma un comune denominatore c’è: le misure messe in campo (sempre sperando che tutti i 55 miliardi saranno realmente utilizzabili e utilizzati) tamponano giustamente un po’ di emergenze ma manca una visione in prospettiva quando, messo finalmente in un angolo il draghetto coronato, bisognerà pensare a ricostruire l’Italia. Anzi, sarebbe il caso di cominciare a pensarci sin da subito.
La “ministra” BellanovaIl dubbio legittimo che molti qualificati osservatori sollevano è che questo governo non abbia la forza intrinseca per resistere sia alle tensioni interne (pressoché giornaliere) che agli attacchi esterni (dell’Europa e dei mercati più che della minoranza italica). E’ altrettanto vero che l’azionista di maggioranza non ha alcun interesse ad andare al voto che sancirebbe una sensibile flessione rispetto all’exploit del 2018 e che, pur di restare a Palazzo Chigi, i 5Stelle sono pronti davvero a tutto, come dimostra la vicenda della regolarizzazione dei clandestini, sponsorizzata dai renziani e fortemente osteggiata dal capo Crimi. Non c’è nemmeno bisogno di spiegare come è andata a finire… E al presidente Conte, pur legittimamente in carica e alla guida del Consiglio dei ministri, manca soprattutto la legittimazione del voto popolare, tanto più che con spudorata naturalezza è passato dall’accordo con Salvini a quello con Zingaretti e LeU. Come dire dal diavolo all’acquasanta o viceversa.
Sul piano locale, anche Viterbo tenta una via di uscita. Da queste parti, per fortuna, il Covid-19 non ha avuto l’effetto devastante che si è registrato in alcune regioni del Nord, ma gli effetti sono stati e saranno ugualmente pesanti perché impattano su un tessuto economico oggettivamente più fragile. In settimana, alcuni consiglieri comunali di minoranza hanno fatto una serie di proposte che non sono certamente il Vangelo, ma che almeno hanno il merito di sollevare i problemi e di cercare soluzioni. Sarebbe sbagliatissimo derubricarle a livello di provocazione o come un tentativo di destabilizzazione dell’amministrazione alla guida di Palazzo dei Priori. Si possono condividere o meno, ma vanno messe nel conto di una discussione che dovrebbe cominciare da subito. Gli stessi proponenti indicano in 3,7 milioni di euro la somma necessaria per mettere in pratica quelle proposte: una cifra consistente, forse impossibile da reperire in un bilancio evidentemente falcidiato da mancati introiti e da interventi di sostegno. Difficile venirne a capo, è auspicabile però che tutti ne discutano e che qualcosa si faccia. Magari presto e magari anche bene.


















