
Ora che l’era Camilli alla guida della Viterbese è definitivamente tramontata, si può tentare un’analisi (sia pur parziale) di ciò che l’imprenditore di Grotte di Castro ha rappresentato per il club gialloblu. Il bilancio è sicuramente e largamente positivo. Basti pensare alle condizioni in cui versava la società all’epoca in cui avvenne l’acquisizione: fallimento e prospettiva di ricominciare dalla Terza categoria. Tanto che per riprendere l’attività almeno dall’Eccellenza il sor Piero trasferì il titolo sportivo della Castrense, per cui la denominazione sociale divenne appunto ViterbeseCastrense.
Da allora, una serie di consistenti successi: il passaggio in D e successivamente in Lega Pro, con uno scudetto Dilettanti e l’ultima perla, cioè la Coppa Italia di terza serie conquistata contro il Monza. Dal punto di vista sportivo, dunque, un cammino di valore che poteva portare anche ad altri e più importanti traguardi se fosse davvero scoccata la scintilla tra la famiglia Camilli e l’ambiente viterbese. Questo non è mai realmente avvenuto e già 3-4 anni fa don Piero voleva mollare tanto da affermare in conferenza stampa di essere rimasto solo perché lo avevano convinto i figli. Camilli padre di sentiva sopportato a Viterbo, accettato soltanto perché garantiva più che dignitosi palcoscenici calcistici, ma non amato. Più che altro temuto.
I rapporti con il mondo politico (sindaco Michelini) furono caratterizzati da frequenti incrinature, favorite anche dall’assenza di un vero e proprio assessore al ramo. Se ne occupava il consigliere Insogna al quale non furono mai risparmiate pesanti e pubbliche critiche. Con i tifosi le cose andavano decisamente meglio, ma erano sempre troppo pochi per più alti obiettivi. Se sono vere le cifre che lo stesso Camilli ha reso note c’è da mettersi le mani nei capelli: nella stagione appena conclusa, la Viterbese avrebbe incassato (tra biglietti e abbonamenti) circa 110mila euro, spendendone di più (130mila) solo per gli stewart. E un campionato di Lega Pro costa non meno 1,3-1,5 milioni di euro. L’entusiasmo e la passione, dunque, non potevano bastare.
Ma il motivo per cui alla fine è arrivato il divorzio è stato sì la maxi squalifica inflitta al figlio Luciano, ma soprattutto la stanchezza accumulata nel corso degli anni: disinteresse, promesse mancate, allenamenti a 40 chilometri da Viterbo… Situazioni che si sono trascinate a lungo senza trovare soluzioni adeguate.
A parte i laudatores di professione che spesso scrivono o aprono bocca senza neppure conoscere l’abc della materia (sbagliando persino i nomi dei calciatori…), non si può tacere che nella gestione Camilli ci sono state pure carenze. L’ultima stagione è stata emblematica in questo senso: perché impuntarsi fino allo sfinimento sull’inserimento dei gialloblu nel girone C? D’accordo, le trasferte erano più lunghe, ma il livello tecnico non molto dissimile o addirittura superiore al girone B. Le conseguenze sono state pesanti e hanno costretto al squadra ad una sfibrante rincorsa che alla fine è stata pagata. Come pure l’esonero dell’allenatore alla vigilia del ritorno di Coppa Italia poteva essere tranquillamente evitato: il trofeo lo ha alzato Rigoli, ma lo ha vinto Calabro (anzi, soprattutto, lo ha perso Brocchi).
La stampa locale di settore, infine, ha avuto nei confronti di Camilli sempre un atteggiamento di deferenza, per non dire di sudditanza. Mai una critica, mai una parola fuori posto, mai un contraddittorio, mai neppure un rilievo. E’ andato sempre tutto bene e l’allineamento sulle posizioni presidenziali (giuste o sbagliate che fossero) è stato sempre scontato. E perché? Per il semplice fatto che era diffuso il timore di vedersi negare l’accredito per vedere la partita: questa è la miserrima verità.
Piero Camilli, comunque, se ne va a testa alta, probabilmente dopo averci rimesso un bel po’ di quattrini. Niente onore delle armi, però (perché questo è riconoscimento riservato agli sconfitti): lui lascia da vincente.


















