Backstage - Contagio fa rima con disagio
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Che cosa cambia da domani? Poco o tanto, a seconda dei punti di vista o meglio degli interessi di parte. L'elenco delle incongruenze e delle contraddizioni sui provvedimenti presi finora è lungo e articolato, ma soprattutto si ha la sensazione che non ci si rende conto che contagio fa drammaticamente rima con disagio

Che cosa cambia da domani? Poco o tanto, a seconda dei punti di vista o meglio degli interessi di parte. Ci si potrà muovere nell’ambito della regione di residenza, sempre muniti di certificazione: ma perché bisogna giustificare qualcosa che si può fare? Si potranno visitare i congiunti (non gli amici): chi e in base a quale grado di parentela e/o affetto? Le polemiche sull’uso di quel termine hanno generato ulteriori spiegazioni, distinguo, eccezioni e chiarimenti dei quali francamente non c’era alcun bisogno e che denotano solo tanta confusione: bastava dire semplicemente che si possono incontrare parenti ma senza contatti e senza pranzi (l’ineffabile Conte, il presidente per tutte le stagioni, ha usato il termine “party” perché lui è inglese nell’animo): insomma solo per vederli e salutarli.  Si può correre o fare attività fisica, ma sempre in solitudine: non bastava semplicemente dire che non si può fare sport in gruppo? Tante generiche affermazioni che ingenerano confusione e che necessitano di ulteriori spiegazioni, tipiche di uno Stato che considera le persone sudditi e non cittadini: peraltro in Italia accade sovente che fatta una legge, bisogna aspettare le circolari interpretative per capirci qualcosa. Tutte faccende indegne di un Paese realmente civile e moderno.

Da domani, inoltre, alcune attività economiche potranno riaprire, altre continueranno a restare inspiegabilmente chiuse. Perché? Non si sa. Se il principio di precauzione deve valere sempre, allora non si capisce per quale ragione a quasi due mesi dall’inizio del confinamento e di conseguente chiusura, le attività legate alla cura della persona (parrucchieri, estetisti) non possano riprendere a lavorare con i dovuti e severi accorgimenti? E perché si consente l’asporto del cibo, ma non si permette la riapertura totale di ristoranti, pub, pizzerie, bar imponendo anche a questi esercizi commerciali regole chiare e ferree? Se, come si dice con insistenza, dal primo giugno anche i locali di ristorazione saranno aperti al pubblico, le norme saranno inevitabilmente quelle appena accennate.

E soprattutto visto che la situazione del contagio è diversa nelle varie regioni, perché non prevedere una differenziazione? E’ un dato di fatto che a Viterbo o a Trapani o a Campobasso le cose siano molto diverse rispetto a Bergamo o Rovigo o Novara. E perfino nella stessa regione, ci sono differenze sostanziali da provincia a provincia: a Sondrio o a Rimini non si vivono i drammi di Brescia o Piacenza, per esempio. In sintesi, sarebbe stata più opportuna una norma generale con la facoltà delle regioni di provvedere ai casi specifici con eventuali deroghe, sempre mantenendo il divieto di spostamento oltre che il diritto-dovere di intervenire con provvedimenti urgenti e rigidi in caso di ulteriori focolai.

Ancora: come mai in questi mesi non è stata lanciata una campagna a tappeto per praticare il tampone e o il test sierologico su porzioni sempre più ampie della popolazione. In Veneto lo hanno fatto con ottimi risultati: evidentemente il censimento puntuale degli infetti, degli asintomatici e dei sani genera risultati positivi per evitare la diffusione del Covid-19. Si faccia anche nel resto d’Italia: siamo in ritardo, ma ancora in tempo. E comunque se non si comincia…

Il sindaco Arena

L’elenco delle incongruenze e delle contraddizioni sarebbe ancora lungo, ma c’è un discorso generale che va fatto: ci si rende conto seriamente che contagio fa drammaticamente rima con disagio? Molti hanno già perso il lavoro, tanti non lo ritroveranno più e quelli che prima non lo avevano, a maggior ragione non l’avranno dopo. Un’autentica bomba sociale che rischia di esplodere da un momento all’altro. I provvedimenti presi finora cercano di tamponare l’emergenza e nemmeno ci riescono in diversi casi. I prestiti garantiti dallo Stato sono stati utilizzati dalle banche, quando finalmente le procedure si sono concretizzate, per sanare pendenze precedenti (mutui, fidi, prestiti…), cosicché alla fine per le aziende è rimasto ben poco. Insomma ci hanno guadagnato solo gli istituti di credito che hanno azzerato i rischi e che hanno erogato soltanto fondi, che qualcuno certamente onorerà: anche in questo caso bastava una semplice regoletta per evitare le speculazioni che invece sono puntualmente avvenute. Gli ammortizzatori sociali sono indispensabili nella fase dell’emergenza, ma non possono e non devono sostituirsi al lavoro vero e regolarmente retribuito. Altrimenti si fa assistenzialismo, ma non si produce crescita. Esattamente ciò che è avvenuto col reddito di cittadinanza, ma questo è un altro discorso che merita specifici approfondimenti. Su questi temi, decisivi per una vera ripartenza, le idee in tutta sincerità sembrano poche e molto confuse.

Se è vero che niente sarà più come prima, allora è il caso di mettere mano subito ad azioni concrete ed efficaci. Altrimenti ripartiremo sì, ma verso il baratro.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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