
Dove eravamo rimasti? Ad una violenza sessuale (nella quale la politica non c’entra proprio nulla) e ad un omicidio di un commerciante, in pieno centro e in pieno giorno. Due episodi di cronaca nera, anzi nerissima, che avevano colpito Viterbo, diventata improvvisamente violenta e cattiva. Dov’era finita la città tradizionalmente tranquilla, talvolta sonnolenta, spesso scanzonata, sempre accondiscendente? No, non era scomparsa: era semplicemente frastornata e sconvolta. Poi, dopo qualche giorno, è arrivata la conquista della Coppa Italia di serie C da parte della Viterbese: impresa storica, la prima realmente importante del club giallo e blu. E questo, con ardita operazione di stampo esclusivamente mediatico, è stato interpretato come un segno del destino: la (ri)nascita parte da qui. Da quel pallone che in pieno recupero il bulgaro Atanasov infila nella porta del Monza, colpevolmente votato solo a difendere lo 0-0 e quindi il risultato dell’andata (allo stadio Brianteo 2-1 per i biancorossi berlusconiani, accompagnati nella disfida del Rocchi anche dal fido scudiero Adriano Galliani, senatore della Repubblica, naturalmente sponda Forza Italia).
Ma le cose non stanno così. Il successo di qualche giorno fa (che spalanca anche le porte dell’accesso ai play off per la promozione in B) resta e deve restare in ambito calcistico. Esaltante, coinvolgente, commovente, ma inesorabilmente legato al mondo del pallone. Perché i problemi di Viterbo, nonostante la Coppa Italia appena conquistata e la serie cadetta come obiettivo prossimo venturo (magari…), restano tutti lì: irrisolti e in certi casi nemmeno affrontati. L’esaltazione e l’entusiasmo non cancellano ataviche difficoltà di crescita e soprattutto di affrancamento da Roma che fagocita senza pietà (e forse anche senza volerlo) i territori provinciali. Anche favorita da una classe politica che nel suo insieme se ne importa assai poco del resto della regione e da un’informazione (basta pensare al TgLazio, detto anche TgRoma) che alla capitale riserva tempi e spazi spropositati. Insopportabili quei lunghissimi servizi dedicati a mostre o eventi romani che, se si svolgessero in qualunque altro posto, non sarebbero degnati nemmeno di uno straccio di notizia di due righe e senza immagini.
Insomma il calcio emoziona, coinvolge, entusiasma, ma è solo calcio. Ogni altra interpretazione, sebbene lecita, è solo di facciata e serve a guadagnarsi qualche consenso a poco prezzo. E’ vero invece che la città tutta con ogni sua componente (economica, sociale, politica, etica) deve rialzare la testa e (ri)mettersi seriamente al lavoro. Con la Coppa Italia in bacheca, certo, ma con la consapevolezza che sarebbe stato importante e necessario farlo anche senza quel meraviglioso trofeo.


















