
di Babbo Natale
VITERBO – A Natale, chissà come mai, scatta a un certo punto la sindrome dell’omelia sentenziosa. Sarà che le luci dappertutto, i negozi pieni di babbinatale, panettoni, stelle colpiscono nei precordi, sarà che a qualcuno rimorde la coscienza per aver peccato in pensieri, parole, opere e omissioni – per citare il Confiteor – e quindi cerca di rimediare: ma non c’è articolo di giornale o riflessione intellettuale sui social che non cerchi di riportare il consumatore sulla Terra e invitarlo a considerare, tra un torrone e un dono sotto l’albero, quanto dolore ci sia intorno a lui e quanta povertà disillusa.
“Gesù è nato povero”, sentenziano spesso dagli altari e tu vedi il genitore, che si appresta a regalare un costoso giocattolo al figliolo, a mordersi le labbra e a guardarsi intorno come se fosse un lestofante colto sul fatto. Che poi non è vero che Gesù nasce povero; era figlio di un apprezzato artigiano, la mamma proveniva da una famiglia con illustri antenati e se i suoi genitori si sono dovuti accontentare di una capanna è perché l’albergo era sold out.
Per di più i pastori Gli portano doni e i Magi si presentano con oro, incenso e mirra, roba costosa e prestigiosa (a parte l’ultima, che sembra un lontano presagio di morte, seppur gloriosa…). “Voi vi divertite tra le luminarie – sentenzia qualcuno – ma ci sono tanti che non hanno nulla da festeggiare”. Allora, qualche precisazione.
La “festa” è una espressione culturale tipicamente popolare; erano i poveri, in genere, ad avere bisogno di qualche giorno di spensieratezza, per dimenticare almeno per un frustulo di tempo, il duro lavoro, i problemi e i dolori quotidiani. Prima ancora che giungesse il Cristianesimo, il popolo approfittava della “rinascita del sole” per tirare il fiato e sorridere, a dicembre; per “semel in anno” insanire a Carnevale; per gettarsi in balli e canti a giugno festeggiando il raccolto e a settembre inneggiando alla vendemmia e magari a Roma, in onore di Augusto, restare in festa per un mese intero, tra panem et circenses.
I ricchi festeggiavano tutto l’anno, non erano loro ad aver bisogno di “momenti speciali”. Ancora: se dovessimo far fare un passo indietro al nostro consumismo natalizio guardandoci intorno, non dovremmo soffermarci tanto sul senzatetto o sull’indigente o sull’escluso, bene o male raggiunti dagli enti di beneficienza; dovremmo piuttosto recarci almeno con la mente a Gaza, in Ucraina, nell’Africa subsahariana e in quella equatoriale, e allora sì che dovremmo confrontare il nostro luccicante Albero di Natale con la morte, il dolore, la fame, le prevaricazioni più disumane.
E siccome questi scenari ci sono tutti i giorni e tutti i mesi, dovremmo costellare il nostro vissuto quotidiano di rimorsi: quando paghiamo una bolletta sostanziosa, quando guidiamo un’auto confortevole, quando acquistiamo un buon libro, quando rinnoviamo il guardaroba di stagione, quando ci facciamo un drink tra amici e persino quando controlliamo che il nostro datore di lavoro abbia versato sul nostro conto
la paga mensile che ci spetta.
E allora, dovremmo stare tutta la vita a dolerci per tanto squilibrio e tanta ingiustizia? Qualcuno di noi si impegna in un modo o nell’altro a contribuire a ridurre queste pene umane, a creare giustizia, benessere, a difendere valori, a dare un contributo affinché anche altri meno fortunati possano aprirsi ad un sorriso. Proprio per questo non si deve sentire un verme consumista, superficiale e disattento se balla e canta sotto l’Albero, se dà o riceve un regalo, se aspetta con trepidazione golosa un bel cenone natalizio., se per qualche giorno si dimentica di vivere in una valle di lacrime.
“Chi vuol esser lieto, sia: del doman non v’è certezza” canta Lorenzo de’ Medici. Senza far del male a qualcuno, beninteso. A maggior ragione se di questi tempi il doman ce lo vogliono apparecchiare i Putin, i Trump, i Netanyahu, Hamas e Isis, o qualche virus infame scappato di casa.


















