
VITERBO – È la notte del 3 settembre. Quella notte lì. Quella che, se sei di qui, ti trasforma sempre un po’. È una metamorfosi silenziosa: tra un’attesa e l’altra, tra un respiro e il prossimo, tra un silenzio che pesa e uno che esplode.
La festa inizia giorni prima, certo, ma la vigilia resta un’altra cosa. Quello che accade prima non può competere con ciò che sta per succedere. Il primo batticuore arriva quando prendi posto. Sotto un cielo umido, un sole di settembre che ancora punge la pelle, e qualche ora di sonno – forse nessuna – sulle spalle. È la notte del 3.
Le parole della sindaca Chiara Frontini ricalcano quelle del vescovo Orazio Francesco Piazza: il trasporto sarà dedicato alla pace, a quelle parti del mondo dove la bellezza non ce la fa. L’amore per la propria tradizione che sia tanto forte da regalare un pezzettino di bellezza al mondo. Due parole e poi il momento emozionante dei facchini che si inginocchiano per la benedizione.
Di giorno, invece, la città sembra la stessa, ma tu sai che non lo è. Prendi la tua sedia, la piazzi, come hai sempre fatto… anche se quest’anno sai che dovrai spostarla. La città festeggia e marcia all’unisono per fare il suo giro delle sette chiese: applaude, abbraccia, sostiene i suoi uomini che hanno appena riportato Rosa a casa. Quest’anno, però, ha faticato.
L’oscurità solita lascia spazio alle luci della città accese. La città è incredula, arrabbiata e non ci pensa due volte a far partire i fischi. Si vocifera “questioni di sicurezza”, poco dopo le voci trovano la certezza di uno sventato attentato e che delle persone avrebbero potuto rovinare la festa. Si prosegue, le luci sono accese ma la magnificenza prende il sopravvento. La macchina si accende di colpo: davanti a te, quell’imponente creatura di luci, più luminosa che mai. Quest’anno diversa, “più chiara dentro e calda esternamente”, come avevano annunciato Raffaele Ascenzi e Vincenzo Fiorillo. Hanno mantenuto la promessa: l’illuminazione interna, più chiara e intensa, esalta i dettagli scultorei, creando un contrasto con le fiaccole esterne più calde, quasi dorate. È come vedere due Macchine in una: una che brilla dall’interno, una che abbraccia la città.
Poi arriva quel momento: la mossa. “Sollevate e fermi”, il comando. Da lì, il cuore non lo controlli più. La Macchina viene sollevata e parte, lasciando l’impalcatura al grido del Capofacchino.
Il percorso è lungo 1.200 metri. Cinque tonnellate di peso, ventotto metri di altezza che, sopra le spalle dei Facchini, sfiorano i trenta. Il tratto più complesso è il Corso: lì i Facchini sono di meno e le spallette, nell’ultimo tratto, devono infilare la testa sotto la Macchina per non rischiare di schiantarsi contro il muro.
Poi, all’improvviso, il respiro collettivo si spezza: la Macchina inizia a scendere. Non lentamente, ma come un fiume in piena che non puoi contenere. Corre, portando con sé il battito di un’intera città: i cittadini, i turisti, i curiosi, e soprattutto loro, le spalle che reggono cinquanta quintali di fede e tradizione.
Davanti a loro il Sodalizio, le autorità, la banda che scandisce il passo. Ma per chi porta quel peso, per chi segue con il fiato sospeso, tutto sfuma: il mondo attorno diventa un rumore lontano. C’è solo l’emozione. Solo il cuore. Gli occhi della gente brillano, lucidi, mentre la Macchina si avvicina. Scende per Piazza San Sisto, attraversa Piazza Fontana Grande, imbocca via Cavour.
Le voci si alzano, la folla trattiene il fiato.
E poi eccola, in Piazza del Plebiscito. La prima girata. Un istante che sembra sospeso nel tempo, eppure dura un battito di ciglia. Tutti incantati, rapiti, fino al nuovo via.
Il corteo riparte, attraversa il Corso, ed è proprio qui che accade la magia: le luci finalmente si spengono. Tutto è come dovrebbe essere e dopo la sosta finale raggiunge Piazza del Teatro. Qui il fiato si spezza ancora una volta: tutto si ferma. Ancora una sosta che è solo per un attimo, perché quello che arriva dopo è il momento più atteso.
La salita. Quella fatidica salita che riporta Rosa a casa sua. Il silenzio cade di nuovo, fitto, quasi sacro. Poi, al segnale, l’ultimo sforzo: le spalle che tremano, i cuori che battono all’unisono, la Macchina che si arrampica, si alza, trionfa. E lì, per un attimo, il tempo si ferma davvero.
La città esplode in un applauso che sembra non finire mai.
E dopo il boato, arriva la parte più bella: quella silenziosa. Gli abbracci. Quelli di chi l’ha vista, di chi l’ha vissuta, di chi l’ha costruita pezzo per pezzo. Raffaele Ascenzi, l’ideatore, con lo sguardo che brilla di orgoglio. Massimo Meccarini, presidente del Sodalizio, che stringe i suoi uomini uno a uno. E poi Luigi Aspromonte, capo Facchino per il primo Trasporto ufficiale – lo scorso anno sostituiva Rossi – che guida i veri protagonisti di questa notte: i figli di Rosa, i Facchini.
La sindaca Frontini viene lanciata in aria dai Facchini. Aspromonte ai suoi, prima del dare l’ultimo comando “Santa Rosa fuori” si ferma e li accarezza con la voce: “Avete fatto un’impresa”.
Si stringono tutti, felici. Perché in quel momento, sotto le luci ormai ferme, la Macchina non è più solo una struttura: è il battito di un popolo, che ogni anno si ritrova, si riconosce e si commuove insieme. Quest’anno ancora di più.


















