VITERBO – Ecco, la troviamo lì, dietro la curva dell’estate. Una botta dritta al cuore, passaggio occhi. Come quando sbuca da via Cavour e tu sei in via Roma. Bum.
E’ il giorno del Trasporto della Macchina di Santa Rosa, dei Facchini, dei viterbesi, di Rosa. Tutti protagonisti: da Raffaele Ascenzi che senz’altro qualche lacrima la tirerà giù, pensando che questo è già il quinto passaggio di Gloria, ai ragazzi che stanotte hanno dormito in strada per avere un punto di vista privilegiato sul passaggio. Anche se in verità l’hanno fatto per una cosa ancora più bella: stare insieme tra loro e non perdersi un minuto di quest’aria di festa.
L’orologio indicherà le 21 quando la voce di Sandro Rossi spettinerà i Facchini sotto la Macchina. “Il sollevate e fermi”, signori. Una roba che se non vivi non conosci e quando ti ci trovi nel mezzo ti alza pure la pelle. Mezzo centimetro tutto.
La Santa Rosa degli uomini della sicurezza. 400 in divisa, 131 steward. Dei vigili del fuoco sempre presenti e della polizia locale impegnata e presente, nonostante tutto. Il giorno della tradizione e delle tradizioni. Perché ogni cosa che è grande è fatta da altre che sono più piccole. C’è chi passa a fare un saluto ai nonni, chi va a fare colazione vista Macchina, chi non si fa mancare un dolce o una carezza a cui tiene.
L’aria è carica e il giro delle sette chiese farà il suo dovere. Un laboratorio di energia. I Facchini che per un’alchimia della fede, della memoria e della speranza diventano da semplici uomini a icona della città vivente. Un rito che scandisce l’anno, che riafferma il senso di una comunità, un legame che si tramanda da padre e madre in figlio e in figlia. Ci stanno dentro tutti. Sono stati giorni intensi, è stato raccontato tutto. Ora non resta che godersi l’emozione.


















