Art Bonus: la bellezza conviene (ma Viterbo non lo sa)
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Il punto è che l’Art Bonus richiede una dote che la nostra classe politica locale fatica a coltivare: l’iniziativa.

VITERBO – Ci dicono, con la consueta fanfara dei decreti ministeriali, che l’Art Bonus sia una delle più felici intuizioni della nostra asfittica burocrazia repubblicana. E per una volta, sia pure a denti stretti, tocca dar loro ragione. Lo strumento è di una semplicità quasi anticostituzionale per quanto è lineare: tu, cittadino o mecenate d’industria, stacchi un assegno per restaurare un monumento, un teatro, una vecchia tela dimenticata, e lo Stato – quel medesimo Stato che di norma ti tassa anche l’aria – ti restituisce il sessantacinque per cento sotto forma di credito d’imposta. Un baratto civile, insomma. Una boccata d’ossigeno in un Paese che siede su un tesoro ma si ostina a frugarsi le tasche in cerca di spiccioli.

Ma le leggi, si sa, in Italia hanno il destino delle gride manzoniane: bellissime sulla carta, pigre nelle gambe. E la pigrizia, quando si parla di cultura, dalle nostre parti diventa spesso una seconda natura.

Conviene allora spiegare chiaramente come funziona questo marchingegno, a beneficio di chi siede nelle stanze dei bottoni e di chi, nelle proprie aziende, i quattrini deve guadagnarseli ogni giorno. Il meccanismo, dicevo, è elementare. L’imprenditore decide di fare una donazione liberale a favore del patrimonio culturale pubblico. Non deve far altro che scegliere il progetto — un restauro, il sostegno a un teatro o a un festival storico —, effettuare un bonifico bancario tracciabile e conservare la ricevuta.

A quel punto scatta il vantaggio vero e proprio, quello fiscale, che per una volta non è una farsa. Lo Stato riconosce un credito d’imposta pari al 65% dell’importo donato. Questo credito non è un vago rimborso che arriverà nelle calende greche, ma viene ripartito in tre quote annuali di pari importo e utilizzato in compensazione per pagare le tasse (tramite il modello F24). Per le imprese e le società, il limite massimo di questa agevolazione è fissato al 5 per mille dei ricavi annui. Significa, in parole povere, che se un’azienda decide di destinare diecimila euro alla salvezza di un affresco, se ne vedrà restituire ben seimilacinquecento sotto forma di minori tasse da pagare nei tre anni successivi. Il costo reale dell’operazione, per le sue tasche, si riduce a un’inezia.

Ma il profitto per l’imprenditore non è solo una questione di aritmetica fiscale. C’è un vantaggio più sottile, e forse più duraturo, che attiene alla reputazione e al legame con il territorio. In un’epoca in cui tutti si riempiono la bocca con formule magiche come la “responsabilità sociale d’impresa”, l’Art Bonus offre l’occasione di fare della pubblicità seria, nobile e soprattutto visibile. Il nome del mecenate viene iscritto nel registro ufficiale del Ministero, compare sui cartelli del cantiere, viene legato indissolubilmente alla rinascita di un luogo. Per un’azienda locale, diventare il salvatore della fontana della propria piazza o del teatro del proprio paese vale molto più di una costosa campagna pubblicitaria sui giornali: è una patente di civiltà che i clienti, i concittadini e gli stessi dipendenti riconoscono immediatamente.

Prendiamo la Tuscia, questa nostra provincia viterbese che è un palinsesto di civiltà sovrapposte, dove si inciampa negli Etruschi appena si scava un solco e si respira il Medioevo non appena si varca una porta urbica. Ecco, qui l’Art Bonus dovrebbe essere il pane quotidiano di medici, notai, industriali e artigiani. Dovrebbe essere il motore di una rinascita silenziosa e operosa. E invece? Invece ci si scontra ancora con quella diffidenza atavica, squisitamente provinciale, che fa guardare al privato come a un intruso o, peggio, a un profittatore, e al pubblico come a un sovrano geloso delle proprie rovine.

Le possibilità nel Viterbese non mancano, sono semmai fin troppo generose. Vi è una teoria infinita di borghi – da Civita che si sfarina a Tuscania che resiste fiera nelle sue pietre bionde – che avrebbero bisogno non di grandi piani quinquennali, ma di piccoli, costanti gesti di manutenzione. Penso alle fontane monumentali di Viterbo, che gridano vendetta sotto il calcare e l’incuria; penso ai piccoli teatri storici della provincia, scrigni di una civiltà teatrale minore ma nobilissima, spesso chiusi perché manca la stuccatura a un soffitto o la messa a norma di un impianto. O ancora, ai parchi storici, alle mura medievali che si sgretolano nell’indifferenza generale, mentre basterebbe che una mezza dozzina di imprenditori locali facessero rete, spinti dal sano egoismo di veder prosperare la propria terra e di legare il proprio marchio a qualcosa di eterno, per rimetterle in sesto.

Il punto è che l’Art Bonus richiede una dote che la nostra classe politica locale fatica a coltivare: l’iniziativa. Non basta che la legge esista; bisogna saperla spiegare, bisogna andare a bussare alle porte di chi i quattrini li ha, proponendo progetti chiari, trasparenti, cantierabili. Il mecenatismo moderno non è la carità pelosa del signorotto d’altri tempi; è un investimento sull’identità e sul decoro di una comunità che conviene a tutti, a chi dona e a chi riceve. E l’imprenditore, anche il più illuminato, vuole sapere dove va a finire il suo denaro, vuole vedere il cantiere che parte, la pietra che torna a splendere.

Se la Tuscia vuole smetterla di piangersi addosso per i turisti che scappano verso la Toscana o che si fermano a Roma, deve cominciare a curare la propria casa con gli strumenti che ci sono. L’Art Bonus è lì, sul tavolo, pronto per essere usato. Resta da vedere se a Palazzo dei Priori e nei vari municipi della provincia si preferirà continuare la vecchia solfa del “non ci sono fondi”, o se finalmente qualcuno avrà il coraggio di passare dal lamento all’azione, spiegando alle forze produttive locali che salvare la bellezza è, oggi, anche un ottimo affare. Ma temo che, come sempre, l’audacia sia la merce più rara su questo mercato.

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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Un uomo che ha capito che tutto il successo del mondo non vale quanto la possibilità di riposare all'ombra di un castagno che hai piantato con le tue mani.
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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