Arresti di Santa Rosa, guerra tra bande o atto terroristico per conto di Isis K? "L'intelligence ha evitato il peggio"
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I rapporti tra Isis K e mafia turca sembrano trovare conferma in diversi rapporti di intelligence. Alla luce di queste informazioni davvero l'ipotesi attentato terroristico a Viterbo è da archiviare? 

VITERBO – Cosa è accaduto davvero la notte di Santa Rosa? Aspettando l’esito delle indagini in corso sembrerebbe tramontare comunque, da indiscrezioni, l’ipotesi terroristica. Ma è veramente così? Chi sta conducendo le indagini, giustamente, non si è mai pronunciato ufficialmente. Tutto quanto è noto è, al momento, frutto di riflessioni e speculazioni giornalistiche. Quindi, in verità, nessuno sa quali ipotesi sono realmente tramontate e quali ancora in ballo e a quali livelli si fanno alcuni ragionamenti piuttosto che altri.

Aldo Torchiaro de Il Riformista ha raccontato, nei giorni scorsi, dettagli piuttosto interessanti. Soprattutto ha parlato di un “antefatto” alle spalle di quanto accaduto a Viterbo: lo stato di massima allerta scattato a Roma. Il giornalista parla di uno stato di massima allerta scattato nella Capitale e dichiarato lunedì primo settembre.

L’intelligence ha evitato il peggio

“Il Viminale, sentita la Prefettura, ha ordinato a tutte le forze di Polizia Giudiziaria – Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza – di aumentare la vigilanza armata non solo sugli obiettivi sensibili ma su aree più ampie e sugli snodi di traffico – scrive il giornalista -. Difficile pensare si sia trattato solo di rinsaldare la sicurezza intorno agli eventi diplomatici internazionali che hanno avuto luogo a Roma.

Mercoledì, nel blindatissimo centro storico capitolino, c’è stato un vertice – rigorosamente riservato, tenuto segreto fino all’ultimo – tra le due fazioni libiche in guerra civile tra loro, alla ricerca di una firma di pace. Poi è stato ospite della Santa Sede il presidente della Repubblica israeliano, Herzog. Il colloquio con Papa Leone XIV è durato un’ora e mezza ed è servito a riannodare il dialogo del Vaticano con lo Stato ebraico.

Ma il tenore di questi incontri di vertice non giustifica l’allarme che le forze dell’ordine faticano a smentire. Mai si erano visti controlli a campione così serrati in ogni angolo delle stazioni centrali della metropolitana romana. Mai, a memoria di cronista, si ricordano tante volanti che fermano auto in corsa, perfino sui trafficati viali dei quartieri Prati, Salario, San Giovanni.

I check point alle stazioni Tiburtina, Ostiense, Termini sembrano attrezzati, come personale ed equipaggiamento, per poter rispondere a qualunque ingaggio a fuoco”.

Torchiaro parla anche delle ipotesi avanzate su una faida in corso tra le bande della mafia turca Dalton e Casper. Poi piazza una domanda: “Ma se avevano le armi cariche nelle ore della manifestazione, e si erano piazzati strategicamente al centro del percorso, a chi miravano, quali erano gli obiettivi?”.

Infine tratteggia un retroscena e sostiene “l’intelligence ha evitato il peggio”. “Tra le personalità accreditate per partecipare alla festa di Santa Rosa, c’era anche l’ambasciatore di Israele, Jonathan Peled.  L’intelligence italiana ha avvisato quella israeliana di quanto stava accadendo per tempo. Con lui, nella lista degli ospiti che potevano essere nel mirino dei presunti terroristi, anche Arianna Meloni, poi trattenuta a Roma per impegni, il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e quello della Cultura, Alessandro Giuli, la senatrice Stefania Craxi, il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri e il deputato azzurro Alessandro Battilocchio.

La lunga giornata di riunioni e di contatti al Viminale ha consegnato da subito uno scenario molto preoccupante. La mobilitazione è stata massima. Il ministro Matteo Piantedosi è stato in ufficio per ore con il capo della Polizia e i suoi più stretti collaboratori. Sono stati effettuati controlli a tappeto in città. Da Roma è partito un contingente aggiuntivo di forze dell’ordine. Sono stati posizionati cecchini nei punti sensibili.
E sono stati mandati, a Viterbo, anche i Nocs”.

Allerta massima e colpi in canna, quella di Viterbo non era un’esercitazione – scrivono ancora sul Riformista -. Una sola sventagliata di mitra sulla folla avrebbe potuto provocare decine di vittime: famiglie con anziani e bambini, forze dell’ordine e religiosi avrebbero potuto rimanere vittime ignare, se l’intelligence non avesse sventato l’operazione. Il ministro Piantedosi per primo si è complimentato con i suoi uomini per il successo – prima di tutto preventivo – con cui hanno annullato la minaccia islamica.

Che, per la prima volta, porta i caricatori di proiettili al piombo nel cuore di una cerimonia popolare e religiosa di una placida cittadina italiana”.

L’ombra dell’ISIS K. sui fatti di Viterbo

Secondo i dati raccolti dal ricercatore Aaron Zelin nell’ambito di un progetto di monitoraggio e mappatura condotto per il Washington Institute, dal 2019 lo Stato islamico ha rivendicato 5.273 attacchi fuori da Iraq e Siria. Soltanto dal marzo 2023 al marzo 2024, l’amministrazione centrale dei media del gruppo ha rivendicato la responsabilità di 1.121 attacchi, che avrebbero ucciso o ferito 4.770 persone“. Questo un passaggio di un interessante articolo firmato da Giuliano Battiston e pubblicato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Ma cosa è Isis K? Isis Khorasan, la costola afghana dello Stato islamico.

“Hanno avuto poca risonanza – continua Battiston – perché la maggior parte delle rivendicazioni sono state fatte dalla provincia dell’Africa occidentale, che ha una presenza per lo più in Nigeria e nel sud-est del Niger, dalle province del gruppo in Siria e Iraq, in Africa centrale (perlopiù nella Repubblica Democratica del Congo) e in Mozambico. Proprio quelle province che giovedì 28 marzo 2023, in un discorso celebrativo dei 10 anni dalla nascita del Califfato, il portavoce Al-Ansari ha elogiato, come simbolo della resistenza e dell’espansione territoriale del gruppo.

Secondo i dati del Washington Institute, ad aver condotto le azioni più letali è stata però la provincia del Khorasan, su cui si sono appuntati gli sguardi di media e politica dopo l’attentato nei dintorni di Mosca. La Russia non è nuova alla violenza terroristica, anche prima che, da un parricidio nei confronti di al-Qaeda, nascesse lo Stato islamico. I jihadisti sono stati responsabili di importanti attacchi contro lo Stato russo, tra cui, per citare i più conosciuti, la crisi degli ostaggi del teatro di Mosca nel 2002, l’assedio della scuola di Beslan nel 2004, gli attentati alla metropolitana di Mosca nel 2010, l’attacco suicida all’aeroporto di Domodedovo nel 2011, l’abbattimento nell’ottobre 2015 dell’aereo Metrojet 9268 che, partito da Sharm El-Sheikh in Egitto, era diretto a San Pietroburgo.

Allo stesso tempo, gradualmente cresce l’appetito del Khorasan per un profilo più internazionale: recentemente la loro propaganda ha cominciato a menzionare l’intento di fare attacchi a lungo raggio.

Nel corso degli ultimi anni i segnali d’allarme si sono ripetuti. In un rapporto presentato a fine gennaio 2024 al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, si riconosce che la provincia del Khorasan è “la più grande minaccia all’interno dell’Afghanistan, con la capacità di proiettarla nella regione e oltre”, nonostante “la diminuzione del numero di attacchi perpetrati dall’Isil-K [Iskp] e la sua recente perdita di territorio, le perdite e l’alto tasso di abbandono tra le figure dirigenziali di alto e medio livello”. Viene riconosciuta, inoltre, la capacità di pianificare attacchi in Europa. “Gli Stati membri hanno rilevato l’esistenza di complotti operativi in Stati europei pianificati o condotti dall’Isil-K [Iskp]. Nei mesi di luglio e agosto 2024, sette individui tagiki, turkmeni e kirghisi legati all’Isil-K [Iskp] sono stati arrestati in … Germania, mentre progettavano di condurre attacchi terroristici ad alto impatto per i quali stavano ottenendo armi e possibili obiettivi”, si legge nel rapporto delle Nazioni Unite, che dà seguito e sintetizza una preoccupazione di più lungo corso.

Nel gennaio 2023, la direttrice del National Counterterrorism Centre dell’amministrazione Biden, Christine Abizaid, ha dichiarato al Congresso che la provincia del Khorasan è “l’attore che preoccupa di più. Abbiamo indicazioni preoccupanti sull’Isis-Khorasan in Afghanistan e sulle sue ambizioni che potrebbero andare oltre quel territorio”. Appena prima dell’attentato a Mosca, il capo del Comando centrale Usa, Michael Kurilla, ha valutato “in crescita il rischio di un attacco proveniente dall’Afghanistan”, richiamandosi in modo specifico alla provincia del Khorasan: “Isis-Khorasan mantiene la capacità e la volontà di attaccare gli Usa e gli interessi occidentali all’estero in sei mesi con scarso o nessun preavviso”.

Già negli anni precedenti la branca era ritenuta in collegamento con i responsabili di diversi attentati internazionali, tra cui quello del 2020, sventato, contro le basi statunitensi e della Nato in Germania. Senza contare gli attentati transfrontalieri rivendicati in Uzbekistan, Tagikistan, Iran e Pakistan e, ovviamente, in Afghanistan, dove però lo Stato islamico ha subito la repressione dei Talebani. Prima e dopo che, nell’agosto 2021, tornassero al governo restaurando l’Emirato islamico, ottenuto anche grazie al graduale allontanamento dalle sirene del jihadismo a trazione globale”.

Uno scenario che chiarisce come il rischio attentati firmati ISIS non sia affatto tramontato e non va sottovalutato. I rapporti tra Isis K e mafia turca sembrano trovare conferma in diversi rapporti di intelligence. Sembrerebbe maturato in questo connubio il fallito attentato a papa Francesco a Trieste, di cui si è tornato a parlare proprio in questi giorni.

Alla luce di queste informazioni davvero l’ipotesi attentato terroristico a Viterbo è da archiviare?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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