

VITERBO – Martedì primo settembre, scoccate le dodici precise dall’orologio, una nuova porta si spalanca in Corso Italia, proprio all’angolo con Via della Sapienza. Apre ufficialmente al pubblico “Così Com’è”, lo store dedicato all’antiquariato, al modernariato e all’arte contemporanea nato dall’iniziativa di Maria Grazia Finocchi. Gallerista, collezionista e anzitutto minuta custode di rarità, Finocchi ha preso una decisione audace e romantica: trasferire da Roma al cuore di Viterbo il proprio archivio personale, frutto di anni di sensibilità e ricerca, per farne un luogo vivo, aperto agli sguardi della città.
A prima vista potrebbe sembrare soltanto la notizia di un’inaugurazione commerciale, celebrata a mezzogiorno tra calici e raffinate shopper in canvas naturale offerte in omaggio ai primi visitatori. Ma chi conosce le pietre del centro storico avverte subito qualcosa di più profondo, quasi un tremore leggero lungo i muri di peperino. Quell’insegna che s’accende all’angolo del Corso è il ritorno improvviso d’un passato felice, la scossa che risveglia il cuore antico di Viterbo da un sonno troppo lungo.
«Non si tratta solo di oggetti messi in vetrina. È l’orgoglioso ritorno di quella Viterbo segreta e nobilissima che per decenni fu capitale indiscussa del collezionismo d’alto bordo.»
Chi ha memoria della città sa bene quale peso abbia avuto Viterbo nel mondo dell’antiquariato. C’era un tempo — un tempo d’oro e misterioso — in cui tra questi vicoli sfilavano in gran segreto collezionisti colti, esperti d’arte, principi del gusto e intenditori arrivati da ogni angolo d’Europa. Cercavano il pezzo unico, la meraviglia scampata ai secoli. Viterbo era, in quelle cerchie d’élite di grandissimo livello, una capitale rispettata e venerata. Con gli anni quel filo sottile pareva sfilacciato, lasciando nel centro storico il vuoto di un’assenza.
Oggi “Così Com’è” riannoda con orgoglio quella trama spezzata. Varcare la soglia dello store significa intraprendere un viaggio sospeso nel tempo: vetri e delicate creazioni di Murano convivono con maestosi vasi cinesi, tappeti e arredi d’epoca, accessori in bambù, sedute dipinte a mano e le linee rigorose d’autore firmate Gianfranco Ferré. Alle pareti, i dipinti di artisti contemporanei interrogano il visitatore, mentre lo stemma araldico della famiglia Finocchi — impresso sui vetri d’ingresso — testimonia il legame profondo tra memoria privata e storia pubblica.
La filosofia è racchiusa nel nome stesso: presentare le opere con naturalezza, “così come sono”, lasciando che sia la loro storia genuina a parlare. Ma vi è anche un’intenzione controtendenza e democraticamente colta: una politica di prezzi calibrata per riavvicinare i giovani all’antiquariato e al modernariato, dimostrando che il collezionismo d’autore non dev’essere un privilegio per pochi, ma una scoperta accessibile a chiunque sappia ancora meravigliarsi.
Mentre i primi ospiti varcano la soglia e la luce di settembre brilla sulle vetrine tra Corso Italia e Via della Sapienza, l’impressione è nitida: Viterbo non ha assistito soltanto all’apertura di un nuovo negozio. Ha ritrovato il suo orgoglio e la sua antica vocazione alla bellezza.

















