
VITERBO – Una decina d’anni fa esce ‘Vittoria! Maliconica e avventurosa storia di Pietro Rossi garibaldino. Un intervento a cuore aperto nella memoria della città, che lasciò un segno in molti. Con tutte le declinazioni dell’arte di cui Antonello Ricci e i suoi, da tempo, hanno dimostrato di essere maestri.
Ma chi è Pietro Rossi? Oggi, come ieri, Ricci lo racconta così. Ed è importante seguirlo in questo racconto.
“E a proposito dei Mille. Non tutti sanno che l’elenco ufficiale e definitivo degli eroi di Marsala, pubblicato italico more sulla Regia Gazzetta Ufficiale ben diciotto anni dopo l’impresa, era il novembre del ’78, annovera un viterbese soltanto.
Si chiama Pietro Rossi, l’eroe dimenticato di Viterbo, e già il nome non aiuta di suo. A quella data, oltretutto, egli è già bello e morto (a Castel Giorgio di Orvieto, chissà come e chissà perché, nel giugno del ’76). Oggi, ahimè, di questo garibaldino di razza, senza medaglia né pensione, senza neanche il ritratto del fotografo Pavia (quello dell’Album dei Mille, per capirci), nella sua città nessuno si ricorda più. Che fosse nato nel settembre 1820, per esempio.
Che facesse il caffettiere in contrada San Luca, in tempi in cui i caffè erano ritrovi ove si discuteva soprattutto (e ardentemente) di politica. Che si sarebbe tolta in moglie, nella primavera del ’48, la sua amata Maria. Nozze celebrate nell’allora chiesa parrocchiale di San Faustino. Maria che gli avrebbe sfornato nove figli (alcuni dei quali, come allora succedeva spesso, morirono ancora in fasce). Che l’ultimo di questi figli veniva concepito nel febbraio del ’60, cioè un pugno di settimane prima che Pietro corresse a Quarto per andare a mettersi agli ordini del suo amatissimo generale. La bimba nacque a novembre (poco dopo Teano e l’uscita di scena dell’esercito garibaldino). Volle chiamarla Vittoria. Gran bel messaggio, in una storia che racconta soprattutto sconfitte.
Procediamo però con ordine. E che sia chiaro in premessa: a cospetto della storia, a meno che tu non sia già qualcuno, resterai per sempre un fantasma. M’innamorai della camicia rossa viterbese Pietro Rossi, di questo personaggio melanconico e avventuroso, poco più di dieci anni fa. Subito m’intrigò il singolare silenzio che lo annunciava: potevi ritrovarlo sfogliando l’appendice del dizionario Novissimo Melzi edizione 1922 consacrata proprio all’elenco dei Mille di Marsala; ma se frugavi fra le carte della miscellanea Mangani alla biblioteca viterbese degli Ardenti, del supplemento ufficiale della Regia Gazzetta, che pure vi risultava catalogato, non v’era più traccia.
Pare che in origine fosse stato incorniciato e appeso al muro: ma nel ’44 le bombe alleate, che colpirono duramente Viterbo, avevano ridotto in macerie anche palazzo Pocci, sede della biblioteca. Plausibile. Qui mi sembra però importante ricordare come proprio il patriota e notabile Domenico Mangani fosse stato prescelto, per meriti pregressi, quale primo sindaco di Viterbo italiana (dal novembre ’70 all’aprile del ’71).
Mangani aveva alle spalle una storia significativa: giovane e acceso patriota, per capirci, nel marzo del ’48 s’era arruolato, insieme con altri trecento volontari viterbesi, partendo alla prima guerra d’indipendenza. Addio mia bella addio. Ai primi di maggio, con la cocente sconfitta seguita allo scontro della Cornuda e il ripensamento di Pio IX, Domenico s’era congedato e aveva fatto ritorno alla sua città: con le pive nel sacco, come la maggior parte di quei volontari, generosi e ingenui patrioti andati allo sbaraglio senza alcun addestramento militare. Al rientro li aveva accolti la vergogna cittadina: un’umiliazione difficile da mandar giù.
Nel tempo a seguire, certo non a caso (accade spesso sulla strada del nostro farci uomini), le sue posizioni s’erano ammorbidite in chiave liberale e moderata. Dopo i fatti del ’60 poi, il suo divorzio dall’oltranzismo dei fuorusciti radicali sarebbe stato definitivo. D’altro canto, il sentimento d’insofferenza mista a imbarazzo che gente come Mangani doveva provare nei confronti di un irriducibile dello stampo di Pietro Rossi, è lampante. Se solo ci decidiamo a prender nota, inseguendone per linee generali le pur labili tracce, del cursus honorum del nostro garibaldino.
Anche lui partito volontario in Veneto per la campagna del ’48: ma risulta presente ancora ai primi di giugno, fra quelli che ottengono l’onore delle armi da parte di Radetzky allo scioglimento dell’assedio di Vicenza (riscuote la paga dell’ultima quindicina). Della sua presenza fra i Mille abbiamo detto. Nelle liste di proscrizione stilate nel ’62 dalla polizia pontificia, egli risulta registrato quale repubblicano fin dal ’49 (segno forse che c’era anche lui fra quei viterbesi accorsi a difendere la Repubblica Romana, quelli di cui Garibaldi si sarebbe ricordato con piacere).
Infine, nell’autunno ’67 fu forse assessore in qualche rimpasto di giunta, di quelli cui Acerbi fu più volte costretto nei nove tormentati giorni di governo a Viterbo (qui però la mediocrità onomastica del Nostro potrebbe anche giocarci qualche tiro mancino: possibile omonimia). Morale della favola: dall’Aspromonte a Mentana, ma soprattutto con la breccia di porta Pia, la musica era cambiata. Per cui la classe dirigente della nuova Viterbo italiana non doveva essere più particolarmente incline – ammesso lo fosse mai stata – al culto di un eroe del sovversivismo cronico, per quanto nazionale. Chi davvero poteva desiderare scoprimenti di lapidi, fiaccole accese e piazze intitolate all’onore di un garibaldino?”.


















