

EDITORIALE – In questi giorni sembra non si parli d’altro. Una scritta riemersa dall’intonaco, un pezzo di storia che torna alla luce grazie ai cantieri di restauro in corso sul liceo classico Mariano Buratti. Bastano poche lettere per riaccendere il dibattito, smuovere le coscienze, sollevare indignazione da una parte e scrollate di spalle dall’altra.
Eppure, a guardare bene quel palazzo di via Tommaso Carletti, l’architettura parla da sola prima ancora delle scritte. È un magnifico, inequivocabile esempio di razionalismo architettonico. Un edificio nato in pieno Ventennio, firmato da Costantino Costantini – uno che di edifici così ne disseminò l’Italia intera – pensato dapprima come Opera Balilla e poi come sede della Gioventù Italiana del Littorio. Luoghi in cui il regime sognava di forgiare i “nuovi italiani”, secondo i dettami e le ambizioni di un’epoca che ha segnato tragicamente la storia d’Europa. Così ha funzionato per una ventina d’anni. Poi la guerra, le bombe, la catastrofe e la fine di quell’idea. Infine, negli anni Sessanta, l’intitolazione a Mariano Buratti: un uomo che tra quelle aule era stato insegnante e che poi scelse la via della Resistenza, cadendo da partigiano per la libertà.
Sarà pure ricomparsa la scritta del Ventennio, ma non ci risulta che questo abbia trasformato d’incanto il Classico in un anacronistico Liceo del Fascio Littorio. La trasmutazione non c’è stata neanche verso improbabili denominazioni come Liceo Classico del Santo Manganello o Liceo Classico Starace. Provate a immaginarvi la scena a tavola: vostro figlio che, finite le medie, vi guarda e vi dice candido: “Papà, mamma, mi voglio iscrivere allo Starace”. Suona grottesco, no?
Qualcuno grida all’omaggio, al tributo involontario, al pericolo della rievocazione. Noi non la vediamo così, e ci perdonino i portatori di diverse sensibilità. Dopotutto, la pluralità di visioni e di letture è il sale delle Repubbliche (e anche delle Monarchie) democratiche. O almeno, così dovrebbe essere.
Ma vi diciamo come la vediamo noi. Chi scrive, per dire, ha frequentato un altro liceo viterbese, altrettanto glorioso: il Paolo Ruffini. Ebbene, nella via che conduce allo storico edificio del Ruffini, c’è un tombino. Sopra c’è stampato un fascio littorio (anzi due), risalente all’anno sedici del regime, se la memoria non inganna. Mi capita di passarci sopra ancora oggi, anche se ahimè ho archiviato il liceo da una ventina d’anni abbondanti. Ebbene: non c’è una sola volta che io veda quel simbolo senza che la mia mente rievochi tutto ciò che so sul fascismo, sul buio di quegli anni, sulle libertà calpestate. Mai, neanche per un secondo, la vista di quel ferro stampato attiva una celebrazione. Al contrario: mi ricorda. Mi ammonisce.
Sarà forse per questo che la scritta riemersa al Buratti non ci scandalizza. A meno che qualcuno non voglia accusarci di fascismo – un’accusa alla quale, onestamente, risponderemmo con un sorriso bonario.
Non tiriamola troppo per le lunghe. La chiudo con una citazione, una frase che volli mettere persino sulla copertina della mia tesi di laurea sui regimi totalitari (eh sì, qualcosa di quegli anni bui mi è toccato studiarlo davvero, carte alla mano). È una frase di Luigi Einaudi, un uomo che della nostra Repubblica è stato anche Presidente: “Conoscere ciò che è vivo in noi del passato, aiuta a comprendere il presente e a preparare l’avvenire”.
È una massima che conservo a memoria e che mi torna spesso in mente. Forse è per questo che quella scritta non mi fa paura. La storia non si cancella nascondendola sotto una mano di calce fresca, ma guardandola in faccia, studiandola e sapendo, ogni giorno, da che parte stare. Almeno così mi ha insegnato Einaudi, ma forse a Viterbo ci sono più illustri maestri.

















