Anno 2011, 2mila oche morte nelle campagne viterbesi vicino a Belcolle
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Correva l'anno 2011 e nelle campagne viterbesi morivano 2mila oche. Un fatto di cronaca che destò molto scalpore e che questa settimana ha conquistato una pagina del quotidiano romano Il Tempo.

Correva l’anno 2011 e nelle campagne viterbesi morivano 2mila oche. Un fatto di cronaca che destò molto scalpore e che questa settimana ha conquistato una pagina del quotidiano romano Il Tempo.

Il giornalista Andrea Ossimo, ricostruisce l’intera vicenda. Andata avanti con interrogazioni in consiglio comunale a Viterbo e un processo in tribunale che ora rischia di chiudersi con l’archiviazione.

 

L’ARTICOLO DI ANDREA OSSIMO

Inchieste, interrogazioni parlamentari e sanzioni amministrative. E’ una storia singolare quella che ruota intorno all’azienda agricola ‘Mannaggia all’oca’. Perché nel 2011, tra gli ulivi e i corsi d’acqua che circondano gli 11 ettari di terreno alle porte di Viterbo, centinaia di oche che costituivano la spina dorsale dell’allevamento erano morte.

I proprietari dell’azienda, Patrizia Belli e il marito Ezio Rossi, assistevano inermi a quel fenomeno che, ben presto, avrebbe mandato in rovina la loro attività uccidendo circa 2mila volatili.

“Si rileva epatolospelenomegalia, peritonite diffusa, degenerazione epatica e renale, ittero generalizzato riferibile a probabile patologia tossico/infettiva”, scriveva il veterinario Claudio Fraticelli al termine dell’autopsia effettuata sugli animali. Il medico suggeriva di analizzare le acque dove le oche andavano ad abbeverarsi, quelle del fosso dell’Olmo, una roggia frequentata anche da 3 cani randagi: morti a causa della stessa patologia dei volatili.

Nello stesso periodo anche Patrizia Belli aveva iniziato a risentire di problemi di salute “sospetti”. La vicenda era approdata in procura, scatenando interrogazioni parlamentari e comunali firmate dal Movimento Cinque Stelle.

“Nella zona sottostante l’ospedale Belcolle, in Strada del Buon Respiro – scriveva in un’interrogazione comunale Gianluca De Dominicis, consigliere e portavoce del Movimento Cinque Stelle di Viterbo – è ubicata l’azienda agricola Mannaggia all’oca, presso la quale si è riscontrata una moria sospetta di circa 2mila capi d’oche, allevate in prossimità del corso d’acqua”. E ancora: “Il comando stazione del Corpo Forestale dello Stato di Viterbo ha emesso due verbali di contestazione di illecito amministraivo ad altrettanti ex Direttori Generali della Asl di Viterbo, nei quali si imputa che nel periodo che va dal 19 febbraio 2008 al 13 ottobre 2011 l’Azienda Unità Sanitaria Locale di Viterbo aveva continuato a scaricare nella roggia Fosso dell’Olmo le acque reflue domestiche dell’ospedale, comunque provvisto di depuratore, in assenza della prevista autorizzazione della Provincia di Viterbo”.
Nell’interrogazione comunale, il consigliere aveva anche lanciato l’allarme: “La roggia Fosso dell’Olmo percorre circa 50 chilometri prima di immettersi sul fiume Marta e di lì fino al mare, con il concreto rischio, quindi, di rilasciare materiale inquinante in una grande estensione di terreno”.

Nel 2012, spiegava il consigliere, “un consulente tecnico nominato dalla procura di Viterbo si era recato a monte dell’ospedale Belcolle e nell’azienda agricola per effettuare prelievi di vario tipo”. “Ipotizzabile uno sversamento continuativo di componenti a base d’argento e residui medicinali a carico della roggia Fosso dell’Olmo” aveva scritto il perito.

In altre parole nelle acque e nel terreno dell’azienda erano stati ritrovati metalli pesanti, facendo nascere il sospetto che si trattasse di composti provenienti da Belcolle. Un dubbio indirettamente confermato da una mail ricevuta dalla signora Patrizia e inviata dal direttore sanitario dell’ospedale viterbese: “La voglio informare che dall’agosto 2011 liquami trattati dall’ospedale Belcolle non sono più scaricati nel Fosso dell’Olmo”.

Non è un caso dunque se, nella memoria stilata dall’avvocato Guido Conticelli, vengono ricordate le sanzioni amministrative elevate a carico di due direttori generali Asl in relazione “allo scarico di liquami nel Fosso dell’Olmo”. Il consulente della procura relazionava invece su “un modus operandi non propriamente corretto”, escludendo tuttavia il rapporto causale tra i composti rinvenuti e la morte delle oche. In risposta, il legale della signora Patrizia scriveva: “Se è pur vero che il consulente esclude il rapporto causale tra il decesso delle oche e la presenza degli evidenti composti, tuttavia egli ipotizza come la presenza di tali sostanze indichi l’esistenza anche di altri elementi di origine antropica ad esse associati, meno persistenti nell’ambiente e più difficilmente rintracciabili soprattutto dopo mesi o anni dal loro rilascio”.

Una cosa è certa, le diverse analisi, effettuate da due diversi consulenti avevano fornito risultati simili: “Tracce di medicinali (antibiotici) che in condizioni naturali non dovrebbero essere presenti e spesso concentrazioni anomale di argento”. Non basta. La procura adesso chiede l’archiviazione del caso. E nel silenzio delle campagne viterbesi la signora Patrizia e il suo avvocato combattono una battaglia quotidiana senza mai arrendersi.

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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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