
IL PUNTO DI VISTA – Caro Direttore, apprendo che sui social le critiche, talvolta arricchite di colte meditazioni, talaltra becere e disinformate, si sono scatenate contro il mio intervento sugli eccessi di Halloween (leggi qui).
Non mi meraviglio; anche chi festeggia quella festa e quella notte può che essere preda di un confirmation bias che giustifichi le sue scelte e i suoi comportamenti, in qualunque modo gli venga spontaneo. Tant’è che sempre in preda al suddetto bias, qualcuno ha confuso le carte. Non mi sono scagliato contro la festa di Halloween in sé: ciascuno ha diritto di festeggiare come crede e se vuol farlo con maschere,
immagini macabre, suoni e luci misteriose, si accomodi pure.
Due terzi di coloro che festeggiano sono bambini che godono soprattutto della logica del “dolcetto o scherzetto”, del “mascherarsi” e dell’emozione di spaventarsi; ma molti adulti godono nell’esibirsi in maschera, altri nell’”esserci” e altri ancora nel dare spazio alla propria creatività e fantasia. E’ la festa. Che dietro ci sia, o ci possa essere, una connotazione più aderente alla logica antropologica delle “feste dei morti” è possibile, anche se in questa versione Halloween appartiene più alla cultura anglosassone e nordica che a quella mediterranea.
Due miei maestri – Franco Ferrarotti, il fondatore della sociologia italiana e profondo conoscitore dei riti etnoantropologici del Mezzogiorno, e Gianni Statera, attento studioso dei massa media – asserivano che esiste soprattutto oggi, nel mondo della comunicazione, una necessità di “strillare” senza la quale nel groviglio crescente delle informazioni, si resterebbe inascoltati e inappagati. Così, se in un dibattito televisivo dici cose normali senza forzature e provocazioni, nessuno ti segue.
E così, se in una festa non eccedi, non ti sembra neppure di aver festeggiato. Che oggi l’horror nelle sue varie forme e accezioni sia apprezzato dal grosso pubblico, è palese. Pare che quasi un terzo della produzione cinematografica e televisiva mondiale possa rientrare a
qualche titolo in questa categoria. Persino nelle favole per bambini, che d’altronde sono stati educati a pane e malvagi, tra orchi, streghe e mostri vari. Di qui, il successo popolare – specie tra i piccoli – di Halloween, magari con funzioni apotropaiche e di esorcizzazione della morte e delle sue componenti più tragiche e disturbanti.
Ma di qui, anche la preponderanza della connotazione mediatica, esibizionista della festa, gli eccessi che non hanno più valenza antropologica e diventano una forma di spettacolarizzazione. Quindi, nessuna censura della festa in sé: in campo scientifico ciò che accade va semplicemente spiegato.
Poi però subentra anche la valutazione di ciò che accade, e questo appartiene all’etica della convivenza umana, non solo alla sociologia o all’antropologia. Quindi non è sufficiente spiegare il perché di certe cose, ma si possono e si devono introdurre giudizi sull’opportunità e sul buon gusto nei confronti di alcune scelte.
Resto dell’avviso che si può giocare di scheletri, streghe e fantasmi senza crogiolarsi in alcuni dettagli che oggi fanno riferimento a scenari drammaticamente reali, già fin troppo ridondanti nella comunicazione mediatica a disposizione di tutti – da Gaza alle piazze dove si piange un truculento femminicidio – con il grave rischio di una banalizzazione festaiola della tragedia vera. Una banalizzazione che purtroppo già funziona nel mondo degli adulti, figuriamoci in quello dell’infanzia.


















