

IL DOMENICALE – C’è qualcosa di enorme che sta accadendo sotto gli occhi di tutti e che quasi nessuno ha il coraggio di affrontare davvero. Una parte crescente di giovani non sta più imparando l’amore, il desiderio e le relazioni attraverso la vita reale, ma attraverso algoritmi, pornografia e intelligenze artificiali progettate per non contraddire mai. La cosa più inquietante è che tutto questo viene ormai trattato come normale, anche nella Tuscia. Non lo è, perché qui non siamo davanti soltanto a nuove abitudini digitali. Siamo davanti a una trasformazione radicale del modo in cui una generazione costruisce sé stessa, il proprio corpo, il proprio immaginario affettivo e perfino la propria identità.
La pornografia online oggi non è più un fenomeno marginale. È spesso il primo educatore sentimentale e sessuale di milioni di ragazzi. Un educatore spietato, industriale, onnipresente. Insegna che il desiderio deve essere immediato. Che il corpo è consumo. Che l’altro è funzione, oggetto. Che la sessualità non richiede relazione, attesa, delicatezza, imbarazzo, ascolto, fallimento. Tutto deve essere disponibile subito, senza fatica e senza rischio. Il rischio è esattamente ciò che sta scomparendo. Perché il cuore del problema non è morale. È umano.
Una relazione vera è instabile. Ti espone. Ti ferisce. Ti obbliga a confrontarti con qualcuno che non puoi controllare. Richiede pazienza, silenzi, goffaggine, rifiuto, conflitto, vulnerabilità. È proprio dentro quella fatica che si costruisce una persona adulta. Ma oggi una parte crescente di giovani sta crescendo dentro ambienti che eliminano sistematicamente tutto questo. La pornografia elimina il limite. I social eliminano l’attesa. I chatbot eliminano il rifiuto. Così nasce una generazione che rischia di non sapere più cosa significhi attraversare davvero una relazione. I chatbot affettivi e le intelligenze artificiali conversazionali rappresentano forse il passaggio più inquietante. Perché offrono qualcosa che il mondo reale non può garantire: qualcuno che ascolta sempre, approva sempre, desidera sempre, resta sempre disponibile. Non si stanca. Non giudica. Non se ne va. Non ti mette in discussione.
Ma una relazione che ti conferma continuamente non è una relazione. È un narcisismo assistito da algoritmo. Infatti il risultato non è maggiore sicurezza emotiva. È maggiore fragilità. Perché appena si esce da quel perimetro artificiale, arriva lo schianto con la realtà: l’ansia davanti all’altro vero, la paura del rifiuto, l’incapacità di sostenere un conflitto, il terrore di non essere abbastanza, la fuga immediata appena qualcosa diventa complicato. La realtà, infatti, non funziona come un algoritmo programmato per compiacerci. Una persona vera può non desiderarti. Può contraddirti. Può lasciarti. Può non rispondere subito. Può non capire. Può chiederti di cambiare.
È esattamente tutto questo che forma e fa crescere un essere umano. Ma se una generazione cresce evitando continuamente l’attrito, il rischio e il dolore, alla lunga non diventa più libera. Diventa solo più incapace di reggere la vita. Il punto più grave è che tutto questo
non nasce dal nulla. Nasce dal vuoto educativo, sociale e culturale che gli adulti hanno lasciato. Abbiamo smesso di parlare seriamente di affettività. Abbiamo lasciato internet educare al posto nostro. Abbiamo sostituito la presenza con i dispositivi. Abbiamo trasformato il desiderio in mercato e le emozioni in consumo rapido.
Intanto i giovani crescono spesso soli. Soli nelle camere. Soli davanti agli schermi. Soli dentro famiglie stanche, comunità svuotate, scuole che faticano perfino a nominare questi temi senza paura o imbarazzo. Mentre il mondo reale diventava sempre più povero di relazioni autentiche, il virtuale diventava sempre più perfetto nel simulare vicinanza. Ma la simulazione non salva. Può anestetizzare il dolore. Può dare consolazione immediata. Può perfino imitare l’intimità. Ma non può sostituire ciò che rende umana una relazione: l’imprevedibilità dell’altro. Per questo il problema non riguarda solo i giovani. Riguarda un’intera società che ha iniziato ad avere paura della complessità umana e ora sogna rapporti senza conflitto, desideri senza attesa, amori senza ferite. Ma un amore senza rischio non è amore. È consumo emotivo. Una generazione che cresce così rischia di conoscere perfettamente il funzionamento degli algoritmi, ma sempre meno quello del proprio cuore.


















