

TARQUINIA – Nel pianoro dell’antica Civita di Tarquinia è apparsa una monumentale scultura biodegradabile destinata a dissolversi in sole tre settimane: si tratta dell’ultima creazione degli artisti Marco Ferri e Marco Vallesi.
L’installazione, che raffigura asini stanchi, con le ali ormai flosce e gli zoccoli ben piantati a terra, sorge in un luogo dal profondo valore storico e spirituale, a ridosso dello smisurato basamento dell’antico tempio etrusco che domina la campagna circostante e guarda il sole tramontare ogni sera nelle acque del Tirreno. Costruita impiegando esclusivamente materiali ecologici e deperibili come paglia, canne, fibra di canapa e gesso, l’opera si inserisce nel solco del progetto concettuale “Fuori luogo”, portando avanti la ricerca artistica che la coppia di ceramisti e scultori conduce da tempo sul rapporto tra materia e ambiente.
La scelta del sito non è casuale: l’ampio paesaggio agrario della Civita di Tarquinia costituisce la cornice ideale per intrecciare arte, natura e memoria storica. Questo tenue balzo di collina coincide infatti con l’area dell’antica città di Tarkna, culla del mito fondante dell’intera Etruria. Secondo la tradizione, fu proprio da una di queste zolle arate che emerse a Tarconte, re e fondatore di Tarquinia, il fanciullo prodigio Tagete: nato dalla terra per insegnare al popolo etrusco l’arte della divinazione e dell’interpretazione dei vaticini.
In questo scenario intriso di sacralità, l’arrivo delle figure modellate da Ferri e Vallesi si configura come un prodigio al contrario, un gesto di forte rottura ideologica e visiva. Gli asini alati, ormai incapaci di spiccare il volo sotto un sole che inaridisce il pianeta, diventano il simbolo del crollo definitivo della credulità e della cieca fiducia nel domani. Le narrazioni e le promesse veicolate dai moderni oracoli mediatici non riescono più a incantare una società disillusa.
Trattandosi di un memento mori effimero, l’opera invita l’osservatore a compiere una scelta di campo consapevole. La rigidità degli zoccoli fermi sulla terra e la stanchezza delle ali offrono la spinta per riappropriarsi della sostanza concreta della realtà, per quanto fragile e provvisoria, rifiutando l’omologazione e il controllo del pensiero indotti dalle finzioni virtuali che promanano quotidianamente da monitor e display.


















