Al Teatro dell’Unione ha finalmente trionfato la prosa, ma il Comune non c'è e la struttura è incompleta
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I cittadini si sono finalmente ripresi la casa della cultura di Viterbo, nell’indifferenza delle Istituzioni e in una struttura che sembra tutto fuorché completata.

Al Teatro dell’Unione ha trionfato la prosa, ma l’essenziale rimane invisibile agli occhi. Giovedì sera i cittadini si sono finalmente ripresi la casa della cultura di Viterbo, nell’indifferenza delle Istituzioni che trionfalmente tra giugno e luglio avevano riaperto lo stesso teatro per un concerto della Banda della Marina e la presentazione di un libro per Ombre Festival e in una struttura che sembra tutto fuorché completata.

Lo spettacolo “Io, mia moglie e il miracolo” portato in scena da Punta Corsara per Quartieri dell’Arte, preceduto da una filastrocca dell’artista viterbese Aldo Pennello, ha riempito la platea con più di 150 persone che hanno così preso parte all’ennesima rinascita del Teatro dell’Unione. L’emozione di vedere uno spettacolo dopo anni di chiusure forzate però si affianca allo smarrimento di fronte all’assenza delle istituzioni cittadine, che hanno preferito soprassedere e non hanno partecipato alla vera prima dell’Unione, e di fronte alle mancanze del Teatro stesso. La graticcia non ancora funzionante e un palco di fatto sguarnito (per dirne alcune), sono state la premessa di uno spettacolo cattivo, graffiante e divertente andato in scena sul palco vuoto.

Quartieri dell’Arte ha così voluto evidenziare come il Teatro dell’Unione sia in realtà ancora un cantiere. Lo stesso direttore artistico Gian Maria Cervo lo ha sottolineato presentando la serata vestendo una felpa. “Volevo mettermi la giacca – ha scherzato – ma visto il contesto ho preferito venire così. A questo teatro ne hanno fatte tante, ma sono solo graffi – ha poi aggiunto – e andiamo avanti”.

Alla gioia di vedere l’azione sul palco e alla gioia di sentire i lunghi applausi in platea al termine della messa in scena, si è aggiunta però un pizzico di amarezza di accorgersi dell’assenza delle istituzioni e di chi si occupa di cultura in città. Peccato, ma peggio per loro.

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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