“Agricoltura, no alla distinzione tra lavoratori di serie A e B”
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VITERBO - La Rete antitratta Tuscia risponde a Coldiretti che ha proposto la piattaforma "Jobincountry".

VITERBO – La notizia dell’avvio di una piattaforma che faciliti l’incontro tra domanda e offerta di lavoro in agricoltura è di per sé una buona notizia. Sappiamo che ci sta lavorando anche la regione Lazio al fine di superare quella strozzatura che impedisce alle imprese di reclutare rapidamente mano d’opera e ai braccianti di sapere in tempo reale a chi rivolgersi per avere lavoro.

Si tratta di uno strumento che, se gestito, possibilmente da un soggetto terzo, in maniera corretta e trasparente, oltre che garantire la produzione, potrebbe divenire un valido strumento di contrasto alla intermediazione illecita di manodopera, dicasi caporalato.

Ben venga quindi la piattaforma della Coldiretti. Ciò che non torna nel ragionamento e nelle proposte della organizzazione delle imprese agricole è la riproposizione di una classificazione del lavoro agricolo in almeno due o più serie. La seria A per i professionisti, imprenditori e fidati lavoratori a tempo pieno, la serie B per i lavoretti stagionali che si possono appaltare a categorie più svariate che hanno in comune lo stato di necessità e quindi la vulnerabilità. A questa serie B non si propone un contratto agricolo a tempo determinato come vorrebbero le norme, ma ci si ostina a riproporre il voucher come strumento, si dice agile e di facile uso. Si dimentica che i voucher in Italia sono stati aboliti dopo che se era fatto un uso scriteriato e disonesto e che comunque la loro istituzione era stata pensata per situazioni eccezionali e di breve durata. Se oggi la frutta e la verdura non vengono raccolte non è per mancanza di lavoratori a sostegno di piccoli coltivatori che possono sempre rivolgersi alle reti familiari e amicali, quanto a imprese di medie-grandi dimensioni che hanno consulenti, commercialisti e potenti associazioni di categoria a disposizione per avviare in poco tempo la regolarizzazione di un contratto a tempo determinato.

Quindi l’impedimento non è l’assenza dei voucher, quanto la mancanza di quel flusso di 370.000 braccianti stranieri bloccati alle frontiere, e soprattutto la mancanza di un regolare proposta di lavoro per quelle centinaia di migliaia di lavoratori stranieri bloccati nei ghetti e nelle catapecchie dove sono rifugiati che ci hanno garantito frutta e verdura sulle nostre tavole fino a ieri. Loro sono già in Italia hanno raccolto per esempio arance fino a poche settimane fa ed ora non si possono spostare verso altre produzioni se non ricevono una regolare offerta di lavoro.

Ovviamente come le prime sperimentazioni della applicazione dimostrano a fronte di una proposta più decente aumenta la platea di stranieri e italiani pronti a piegare la schiena sulla terra. Con la corretta applicazione del contratto agricolo avremmo sicuramente tanti giovani e tanti padri di famiglia italiani pronti non tanto ad aiutare le imprese (in agricoltura come in industria non si fa volontariato) quanto a mettere a disposizione le proprie braccia per una giusta remunerazione. Così some sarebbero pronti quei tanti giovani stranieri sfruttati a 3 euro l’ora che hanno solo bisogno di un permesso di soggiorno e un regolare contratto di lavoro con cui pagarsi magari l’affitto di una stanza.

C’è poi qualcosa che va chiarito urgentemente in questa discussione. Ci risulta che mentre vengono reiterati accorati appelli per reclutare lavoratori vi siano numerose aziende, anche nel settore zootecnico, della provincia che stanno chiedendo la cassa integrazione per i lavoratori in carico. Eppure questo è uno dei settori che non si è fermato per l’emergenza.

Come mai? Non sarà che qualcuno pensa di far uscire i lavoratori dalla porta della cassa integrazione per farli rientrare dalla finestra del lavoro nero? Ci auguriamo che anche Coldiretti sia attiva nel contrastare quella che sarebbe una grave frode allo stato ed un’offesa verso tutti i contribuenti.

Infine, se vogliamo ragionare sulle distorsioni della filiera agro-alimentare, affinché venga stroncato un meccanismo perverso che fa sì che i consumatori paghino 2 euro al chilo le arance e al produttore ne vadano, se va bene, 10 centesimi, siamo pronti. Su questo, come sulla concorrenza sleale, locale e straniera, sulle contraffazioni, sull’italian sounding, sulla proposta dei mercati contadini e sulla filiera corta, saremo sempre a sostegno del mondo agricolo che produce sano, buono e giusto.

Rete antitratta Tuscia

 

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