
VITERBO – La città dei papi perde, per effetto di una sentenza del tribunale, un pezzo del suo patrimonio storico-artistico. Un duro colpo. Abbiamo chiesto al direttore del Museo di Acquapendente Andrea Alessi, che curò una delle due mostre che negli ultimi anni hanno messo al centro le quattordici “virtù profane”: ‘Sacro e Profano’; un intervento per capire il peso di quanto sta accadendo.
Ci ha inviato uno scritto che bene racconta la situazione, che riproduciamo fedelmente.
“Il museo civico di Viterbo perde pezzi. Non un’opera, ma un intero ciclo pittorico ad affresco, che per cinque secoli ha arredato gli ambienti di Palazzo Spreca, oggi ritorna in mano ai privati che lo acquistarono dal Comune.
Dopo il crollo di un’ala, i lavori di sistemazione e la recente riapertura, si pensava che per il “Rossi Danielli” potesse iniziare una nuova fase, un “nuovo rinascimento” in cui far coesistere tutela e valorizzazione delle testimonianze secolari di una città che per motivi geografici, oltre che storici, è stata una delle tappe più importanti del tragitto tra Roma e Firenze sin dai tempi di Dante. Tragitto percorso da molti illustri personaggi, in primis Michelangelo, che ci ha lasciato un disegno delle Terme del Bacucco, e Sebastiano del Piombo, che, su disegno del Buonarroti, ha eseguito la Pietà in San Francesco, oggi pezzo di punta del patrimonio artistico che proprio al civico è conservato.
Nel 2014 mi fu proposto dal Comune di allestire una mostra che valorizzasse alcune delle opere del museo e altre conservate in luoghi diversi del territorio: la intitolai “Sacro e Profano”. Pensai che era meglio presentare quei capolavori nelle loro location tradizionali o naturali, anziché concentrarli in un’unica, asettica musealizzazione.
Nacque così l’idea di articolare l’esposizione delle 23 opere scelte su sei sedi (2 chiese, 3 musei e Palazzo dei Priori). Per quasi due mesi furono in questo modo proposti in una luce nuova capolavori indiscussi di grandi maestri come Mattia Preti, Salvator Rosa, Bartolomeo Cavarozzi, Sebastiano del Piombo, Marco Benefial e molti altri, tra cui anche il responsabile delle 14 virtù Spreca, rintracciate nel mercato antiquario nell’ottobre 2012 a Palazzo Venezia a Roma e recuperate dalla Procura di Viterbo.
Vista la delicatezza del tema, mi avvalsi degli specialisti che si erano occupati del caso: Enzo Bentivoglio, Simonetta Valtieri e Fabiano Tiziano Fagliari Zeni Buchicchio, le cui risultanze confluirono in catalogo. Le virtù Spreca furono esposte presso la chiesa del Gesù in un allestimento filologico curato da Enzo Benvoglio, che ne restituiva la piena leggibilità, permettendo al visitatore di apprezzarne il valore estetico, storico oltre che economico (all’epoca erano stimate ben al di sopra del milione di euro).
Quella mostra, organizzata per Natale, venne visitata da oltre 14mila visitatori in poco più di un mese. Recensita dai principali organi di stampa locali e nazionali (Il Giornale, La Repubblica, Il Messaggero, Libero e la Rai) rappresentò soprattutto uno straordinario vettore di promozione anche all’estero delle 14 virtù Spreca, come dimostra il fatto che il catalogo fu acquistato, tra gli altri, da Metropolitan Museum e Columbia University di New York, British Library di Londra, Rijksmuseum di Amsterdam, Staatiliche Museen di Berlino, Getty di Los Angeles, National Gallery di Washington e poi Università di Stanford, Harvard, Monaco e Parigi.
Il progetto aveva anche un’altra ambizione: far conoscere quegli importanti capolavori in terra patria e farne comprendere il valore, rendendone orgogliosa la cittadinanza, senza considerare che, a livello generale, esso obbediva ad un disegno più ampio finalizzato a promuovere una crescita turistica che fosse sostenibile e lungimirante. Oggi la sentenza del tribunale – restituendo ai privati gli affreschi Spreca – è per forza di cose destinata a sortire l’effetto di un ulteriore depauperamento del civico, già tristemente mutilo di un’intera ala espositiva e quasi sempre scarsamente considerato dalle amministrazioni locali, evidentemente poco consapevoli delle ricadute che l’arte e la cultura possono produrre sulla città. Ci troviamo dunque di fronte ad un evento decisamente nefasto per Viterbo e i viterbesi, anche se occorre ribadire che proprio a seguito del crollo del civico (2005) le opere non trovarono mai spazio al di fuori del deposito, il che finora non ha mai consentito al pubblico la piena fruizione di un pezzo di storia viterbese importante e “gloriosa””.


















