

ROMA – Si è spenta oggi a Roma. E con lei se ne va, indiscutibilmente, la migliore presidente della Repubblica che l’Italia non abbia mai avuto. Un’esistenza straordinaria quella di Emma Bonino: una ragazza della provincia italiana – nata a Bra, nel Cuneese – capace di passare dalla lotta di strada ai vertici delle Istituzioni, per poi ritornare sempre tra la gente. Mai una teorica da accademia, ma la carne viva di una teoria della prassi.
Una storia iniziata nel 1974, quando con la politica ci si incrocia per forza di cose, perché in quel momento la politica la considera una fuorilegge. In un’Italia in cui l’aborto è un reato, le donne non hanno scelta: o l’estero per chi ha i soldi, o la roulette russa di ferri da calza, cucchiai d’oro e pozioni da “mammane”. «Dopo avere vissuto un aborto ed essermi umiliata ho deciso che non sarebbe accaduto mai più a nessuna», racconterà poi.
Da lì partono i mesi febbrili del Cisa di Firenze con Adele Faccio, le autodenunce a fianco di Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia, l’arresto scattato dopo le copertine-scandalo del Borghese (lo stesso settimanale della destra reazionaria che dava dell’«invertito» a Pier Paolo Pasolini, a proposito di certi maldestri recuperi postumi). Una battaglia epica condotta insieme a pochi socialisti illuminati come Loris Fortuna, sfociata nella legge 194 che ha garantito un diritto fondamentale e salvato la vita a migliaia di donne.
Poi gli anni sulle barricate per la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, l’obiezione di coscienza, il voto ai diciottenni, la difesa delle garanzie costituzionali negli anni bui del terrorismo, la battaglia per la “giustizia giusta” al fianco di Enzo Tortora e le campagne contro lo sterminio per fame nel mondo.
Ma la stella polare della sua maturità è stata l’Europa. Quella vera. Il grande sogno degli Stati Uniti d’Europa: una federazione reale con un presidente eletto dai cittadini, un solo esercito, una sola diplomazia. Una missione a cui ha consacrato fino all’ultimo ogni energia, compresa la parentesi della lista “Stati Uniti d’Europa” con Matteo Renzi nel 2024, quando per un soffio (appena lo 0,4%, complicato dalle spaccature con Carlo Calenda) si mancò il quorum.
Al di là delle alchimie elettorali, la sua stagione più orogliosa resta quella da commissaria europea. La prima radicale ad assumere un ruolo esecutivo di primissimo piano. Nominata dal governo Berlusconi con deleghe a pesca e consumatori, stravolse la percezione di Bruxelles grazie alla terza delega del suo portafoglio: gli aiuti umanitari. Prima di lei, quasi nessuno sapeva cosa fosse quel ruolo. Con Emma Bonino arrivarono le missioni coraggiose in Ruanda, Somalia, Kurdistan iracheno, Medio Oriente, Bosnia e in Afghanistan, dove venne persino arrestata dai talebani (esperienza da cui nacque la campagna “Un fiore per le donne di Kabul”).
Proprio di fronte ai massacri in ex Jugoslavia, la leader non violenta degli anni Ottanta dovette affrontare un bivio morale drammatico: voltarsi dall’altra parte o sostenere l’intervento armato per fermare la pulizia etnica? «Sono per la supremazia del diritto ad ogni costo – disse – ed è amaro doversi arrendere all’evidenza che esistono circostanze storiche in cui la difesa della legalità non può essere affidata, ancorché temporaneamente, che all’uso delle armi». La stessa lucidità con cui, anni dopo, avrebbe giudicato l’aggressione all’Ucraina.
Da quell’inferno nei Balcani nacque l’idea battuta palmo a palmo per istituire un Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra. Fondatrice con Pannella di “Non c’è pace senza giustizia”, nell’estate del 1998 per i negoziati dello Statuto di Roma fu capace di sdoppiarsi: la mattina al tavolo delle trattative istituzionali alla FAO come rappresentante della Commissione Ue, il pomeriggio all’esterno a salutare i militanti del partito radicale transnazionale accampati in strada. Se oggi esiste la possibilità teorica e pratica di perseguire i crimini dei potenti della terra, lo si deve anche alla sua tenacia.
Poco importa se i due passaggi da ministra – alle Politiche Europee con Prodi e alla Farnesina con Letta – non siano stati memorabili, complice anche la parabola brevissima di quei governi. La grandezza di Emma Bonino sta altrove. Sta nell’aver dimostrato che si può stare dentro le Istituzioni senza mai farsi addomesticare dal Palazzo, restando fino all’ultimo giorno una donna libera, ostinata e contraria.


















