

VITERBO – C’era una luce speciale negli occhi di Carlo Petrini quando, nel luglio del 2013, camminava tra le piazze del centro storico di Viterbo. Ospite d’onore dello Slow Food Village e di Caffeina, “Carlin” aveva trovato nella Tuscia una sponda naturale, un pezzo d’Italia che sembrava scritto apposta per incarnare la sua filosofia del “buono, pulito e giusto”. Chi c’era, in quei giorni caldi di tredici anni fa, ricorda perfettamente la sua energia travolgente, la sua straordinaria empatia e quella capacità unica di dialogare con i produttori locali, i ristoratori e i cittadini, trasmettendo una voglia di fare contagiosa. Viterbo e la Tuscia erano diventate, nella sua mappa del cuore, una terra d’elezione per la resistenza contadina e culturale.
La notizia della sua scomparsa, avvenuta nella tarda serata di ieri nella sua Bra, all’età di 76 anni, colpisce quindi da vicino anche la nostra comunità. Se ne va un gigante, un visionario vero, di quelli che nascono raramente e che, con la forza della propria intelligenza, riescono a cambiare la cultura di un intero pianeta.
La sensazione immediata è quella di un vuoto immenso, ma anche di un’eredità monumentale che resta scolpita nelle nostre coscienze e nei nostri territori. Perché la genialità di Petrini è stata proprio questa: saper trasformare l’utopia in qualcosa di maledettamente concreto. “Chi semina utopia, raccoglie realtà”, amava ripetere per sintetizzare la sua vita. Era convinto, con quella purezza testarda dei grandi, che i sogni e le visioni, quando sono belli, giusti, capaci di coinvolgere e vissuti con passione, alla fine si realizzano sempre. Sapeva sognare e divertirsi, Carlin. Ma sapeva soprattutto costruire e ispirare, lavorando pancia a terra con le persone, con i giovani in particolare, di cui cercava di accendere l’entusiasmo auspicando sentimenti rari: fraternità, intelligenza affettiva e quella che lui chiamava “austera anarchia”.
Dalla Tuscia al mondo: la rivoluzione della Terra
Dalla sua straordinaria capacità di visione, dal suo amore viscerale per la natura e per le relazioni umane, sono nate creature che oggi fanno parte della storia collettiva: Slow Food nel 1986, la rete internazionale di Terra Madre e, nel 2004, l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Fino ad arrivare, nel 2017, alla co-fondazione delle Comunità Laudato si’, ispirate all’enciclica di Papa Francesco, a testimonianza di una sensibilità che abbracciava l’ecologia integrale.
Il legame profondo seminato sul nostro territorio emerge chiaramente nelle parole di chi, quel solco, continua a coltivarlo ogni giorno: “Per noi del consiglio direttivo e soci di Slow Food Viterbo e Tuscia viene meno un punto di riferimento imprescindibile – scrive il presidente Luigi Pagliaro – ma il suo esempio di vita ci darà la forza e continuerà a guidarci nelle future attività”.
Il cordoglio del mondo agricolo: ha ridato dignità alla terra
Il peso specifico di Petrini lo si misura anche dalle reazioni del mondo produttivo, quello vero, che nei campi ci lavora ogni giorno. Il presidente Massimiliano Giansanti, la Giunta e tutta Confagricoltura hanno espresso profondo cordoglio per la scomparsa di una figura definita di “straordinario rilievo per il mondo dell’agricoltura, dell’alimentazione e della cultura rurale italiana e internazionale”.
Confagricoltura ha voluto sottolineare il merito storico più grande di Carlin: “Con il suo instancabile impegno, Carlo Petrini ha contribuito a valorizzare il lavoro degli agricoltori, la tutela della biodiversità, le produzioni locali e il legame inscindibile tra terra, comunità e cibo”.
Ne hanno ricordato l’autorevolezza, la passione e la competenza nel promuovere un modello di sviluppo che oggi tutti chiamano “sostenibile”, ma che lui aveva teorizzato e praticato quarant’anni fa, quando la globalizzazione selvaggia sembrava l’unica via possibile.
Ci lascia un uomo che ha insegnato al mondo a rallentare, a dare il giusto valore alle cose, a rispettare chi produce e a custodire la terra come un bene sacro. Oggi la terra piange un maestro. Ma il modo migliore per ricordarlo, anche e soprattutto qui nella Tuscia, sarà continuare a seminare la sua bellissima utopia. Per raccogliere, ancora una volta, la realtà.

















