
VITERBO – “Un cittadino deluso”, così è firmata una lettera inviata alla redazione de La Fune che riproponiamo integralmente.
“Accogliereste i vostri ospiti a cena in pantofole, con la sala da pranzo in disordine, il tavolo male apparecchiato, e magari il pavimento sporco di cartacce e molliche? Andreste ad un colloquio di lavoro in maglietta e infradito? Vi accomodereste in salotto a sfogliare un bel libro con un sorcio che rosica un pezzo di cacio ammuffito rimasto sotto la poltrona? Uscireste con i vostri amici, di sabato sera, con un vestito trasandato, magari rattoppato, e le ascelle e i piedi puzzolenti?
Direte, di tutto questo: “Che importa? Io sono una persona intelligente, onesta, competente nel mio lavoro, affettuosa, generosa ed empatica con gli amici, il resto sono solo esteriorità e quel che conta è la sostanza?” Se la pensate così, lasciate perdere. Possiamo salutarci qui. Ma se tenete alla vostra figura, alla vostra dignità, al vostro decoro, all’igiene, alla pulizia, allora discutiamone ancora.
Non si tratta di esteriorità; non sono solo problemi di forma, ma di sostanza. Perché la dignità della persona, la pulizia, l’ordine, l’efficienza, sono segni di rispetto nei confronti degli Altri, oltre che verso voi stessi, specie se questi Altri siete voi ad invitarli, a casa vostra, a condividere con voi piaceri, esperienze, attività. Si chiama cura degli Altri, capacità di convivenza, si chiama civiltà.
E allora, alla stessa stregua, mi chiedo: come è possibile fornire servizi pubblici di vari natura, dai bus all’anagrafe; costruire strade, piazze, parchi, parcheggi, asili; assistere gli indigenti e i bisognosi; promuovere l’economia, il lavoro, l’occupazione; organizzare eventi culturali e spettacolari, invitando personaggi e coinvolgendo gruppi di cittadini; stimolare la presenza di visitatori e turisti; garantire sicurezza e vigilanza?
Come è possibile offrire tutto ciò, fare inviti, partecipare, promuovere sé stessi, se la casa è sporca e maleodorante? Se il vestito è liso e strappato? Se c’è disordine e incuria? Se mancano elementari premesse per la protezione e l’incolumità dei cittadini? Come è possibile proporsi città della bellezza, della cultura, del progresso civile e della qualità della vita, se il contesto in cui vi muovete o fate muovere i vostri ospiti è trasandato, persino pericoloso?
Che senso civico ci può essere dietro un parco pubblico inaccessibile o trascurato dove, semmai si taglia l’erbaccia, questa resta ammucchiata dove è stata tagliata? Ci sono città che dei propri parchi pubblici hanno fatto un fiore all’occhiello conosciuto nel mondo, da Londra a Manhattan, da Milano a Roma, da Lucca a Sirmione. Ci sono città dove il centro storico viene spazzato (cestini compresi) tre volte al giorno. Ci sono città dove i marciapiede non sono invasi da erbacce alte due metri che costringono il pedone ad avventurarsi sull’asfalto di un via trafficata dalle automobili, le moto e i motorini.
Contorni? Forma più che sostanza? Ci sono ben altri problemi e altre incombenze che vengono prima? Quindi, accogliamo i nostri ospiti a cena con la tavola mal apparecchiata e la sala in disordine, tanto quel che conta è il sapore delle portate? Quindi ci presentiamo al lavoro trasandati e puzzolenti, tanto quel che conta è la nostra competenza? Quindi la qualità della vita urbana non riguarda parchi e giardini pubblici accessibili, vie e strade pulite e in sicurezza; questa è tutta forma.
Quel che conta è ben altro, economia, lavoro, assistenza: se poi tutto questo accade attraversando boschi di piante infestanti, immondizia e rifiuti abbandonati, marciapiedi inaccessibili, panchine divelte, si tratta di contorni, cornici, “nugae” direbbe Catullo. Pazienza; ero convinto che fosse questo a distinguere la civiltà, la capacità di garantire una serena convivenza; a migliorare l’ambiente di vita e quindi la qualità della vita. O almeno anche questo.
E in modo tassativo. Scusate, mi sono sbagliato: sono anni che mi sbaglio, e continuo a perseverare nell’errore, facendo inutili confronti con altre città che certi dati vorrebbero definire più “evolute”. Ma “de che?”. Essere evoluti non significa mica essere puliti e ordinati, ma pensare alle cose pratiche, alle cose serie… Come, ad esempio…. Beh, adesso l’esempio non mi viene, ma sono certo che avete capito… E poi dell’ erbaccia, dei cestini pieni, delle panchine divelte… è colpa degli sporcaccioni e dei vandali, sennò filerebbe tutto liscio”.


















