
di Matilde Massarenti
FERENTO – Saggio è quel teatrante che all’atto del concepire un allestimento per la tournée estiva abbia bene a mente la platea cui dovrà presentare la sua creazione.
Il pubblico delle stagioni estive, specialmente se all’aperto, è infatti ben diverso da quello delle stagioni invernali, periodo in cui il teatro accoglie spettatori che pagano il biglietto d’ingresso per i motivi più disparati, non ultimo quello di andare a teatro per andare a teatro e far in modo che lo si sappia in giro.
In estate le platee sono invece, generalmente parlando, più rilassate: si va, in questo caso a
Ferento, ci si accomoda sui gradoni scavati dal tempo compiendo il medesimo gesto che i nostri
antenati compivano già duemila anni fa, ci si gode la brezza serale che nel teatro romano della cittadina rasa al suolo dai viterbesi non manca di dare sollievo al termine di un’afosa giornata e ci si predispone, in sostanza, a divertirsi.
Se poi la scelta del teatrante dovesse cadere su Plauto, autore con cui anche lo spettatore meno assiduo ha una qualche familiarità almeno scolastica, allora il teatrante gioca la partita con un’ottima mano di carte: gli intrecci plautini non sono caduti sotto lo scalpello impietoso del tempo e se proprio da quegli intrecci han preso le mosse generazioni d’autori di commedia che hanno sostanzialmente riplasmato, modificato, integrato il modello originale, per far insuccessi bisognerebbe mettercisi d’impegno.
Scaltramente, a Ferento l”Aulularia” giunge ribattezzata “L’Avaro”, una scelta che immagino sia stata dettata in parte dallo sgomento e conseguente fuga dai botteghini che ai nostri tempi il solo sentir menzionare un nome latino avrebbe provocato nel potenziale pubblico pagante e in parte da una complice strizzata d’occhio non tanto all’opera di Moliére, che pure dall’Aulularia prende spunto, ma al celebre film con Alberto Sordi di cui non parlerò perché de mortuis nihil nisi bonum.
Della frizzante traduzione di Roberto Lerici si loda l’ingegno nell’aver cambiato, immagino volendo facilitare la comprensione del gioco, il nome del protagonista, Euclione, in Catenaccio (il nome, d’origine greca, significa “colui che tiene ben serrato”), come pure Stàfila (in greco, vite) in Vinaccia, ma l’estro del traduttore deve essersi con tutta evidenza esaurito quando ha deciso di cambiare Megadoro in Cicorione.
Dovendo per necessità inventarsi il finale di un testo giunto incompiuto a noi moderni, necessità comune a chiunque si accosti all’Aulularia, l’aver optato per una repentina redenzione del protagonista, certamente non scaturita da un cambio d’animo quanto dal terrore della solitudine, è parsa nel contempo intelligente e scaltra.
Lo spettacolo, davvero un prodigio di affiatamento tra gli attori che calcavano le scene, è stato congegnato con grande astuzia accordata, come dicevo in apertura, al tono di un pubblico estivo ed era intelligentemente cosparso di una serie di esche, costituite da locuzioni ed echi di dialetti e di forme gergali quotidiane, cui la platea ha lentamente quanto inesorabilmente abboccato. Se all’inizio della serata i costumi tra il moderno e il romanizzante, le immancabili bianche colonne sorgenti dal nulla, il fatto che comunque si stava assistendo a una commedia classica (contegno, che diamine!) sembrava tenere in soggezione il pubblico, un poderoso “tacci tua” sparato a pieni polmoni dal protagonista ha finalmente liberato le cateratte del riso che hanno proceduto a versare fragorosi scrosci fino al termine dello spettacolo.
Deve essere, immagino, di una qualche soddisfazione per chi non lavori in palcoscenico poter constatare come il proprio gergo quotidiano possa, se messo in bocca a un attore sapiente, avere una tale potenza. Se gli attori erano, come dissi, prodigiosamente affiatati, meno prodigiosa è parsa risultare l’idea registica che avrebbe potuto giovarsi di un andamento meno monocorde: la velocità di un’automobile, sia pure una Ferrari, se tirata a duecentoquaranta all’ora per l’intero viaggio smette dopo un po’ di stupirti e ci si ritrova a guardare il panorama. Così fu per me, che più volte mi distrassi a guardare il cielo stellato. L’inesistente disegno luci, ridotto a due miseri effetti in due ore di spettacolo, certo non aiutò.
Del cast dirò almeno, e non me ne vogliano gli altri, dell’irresistibile Vinaccia di Francesca Bianco, della assai promettente Francesca Buttarazzi che bene recita, bene canta ma alla quale ci permettiamo di consigliare un esorcismo per liberarsi da certi toni da principessa disneyana che, illogicamente, paiono talvolta prendere possesso dei suoi mezzi vocali, e del protagonista, Gigi Savoia, che fu vero e proprio capocomico. Per un curioso gioco del caso, proprio a Savoia devo il ricordo più tenero della serata: come accadeva con le linee telefoniche della mia gioventù, convinta com’ero di avere a che fare con Savoia a volte mi son ritrovata a sentire De Filippo. Era però un’interferenza di scuola, non un’imitazione e meno che mai uno scimmiottamento: cosa rara, questa, e gliene va fatto merito.


















