

CAPACI – Il boato, la terra che si solleva, cinquecento chili di tritolo che sventrano l’autostrada A29. Sono le 17:56 del 23 maggio 1992. In quel preciso istante, l’Italia si ferma, ferita a morte. Sotto le macerie restano Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Un cratere nero che doveva essere, nei piani di Cosa Nostra, la pietra tombale sulla speranza.
Ma la mafia, in quel pomeriggio di fine maggio, ha fatto il calcolo più sbagliato della sua storia. Pensavano di averlo eliminato, di aver chiuso per sempre i conti con quel magistrato testardo che aveva osato decodificare l’universo di Cosa Nostra. Non avevano capito che le idee, quando camminano sulle gambe degli uomini giusti, non saltano in aria. Da quel 23 maggio, Giovanni Falcone si è moltiplicato. È diventato mille, diecimila, centomila, un milione di volte più forte. È diventato la coscienza critica di un Paese, la scintilla negli occhi dei ragazzi che non erano ancora nati e che oggi riempiono le piazze nel nome della legalità.
Questo, però, non significa che la battaglia sia vinta. Non significa che chi sta dall’altra parte sia stato spazzati via, scomparso per incanto nel nulla. Purtroppo non è così, e le inchieste giudiziarie che si susseguono anno dopo anno lo dimostrano con una chiarezza disarmante. La mafia ha solo cambiato pelle, ha smesso le vesti dei Corleonesi per indossare colletti bianchi e abiti sartoriali. E i “nemici” di Falcone si trovano ancora ovunque. Spesso, ed è la ferita che brucia di più, si annidano proprio in quei punti nevralgici da cui lo Stato dovrebbe emanare più luce e che invece vengono inquinati dall’ombra della corruzione e della connivenza.
È per questo che il 23 maggio, inevitabilmente, porta con sé una pesantissima quota di ipocrisia. È il giorno delle celebrazioni solenni, dei discorsi di circostanza, dei palchi condivisi. E accanto ai volti belli della legalità – i ragazzi delle scuole, i cittadini onesti, chi rischia la vita ogni giorno in trincea – si trovano a sfilare, a farsi immortalare nelle foto di rito, anche le maschere della retorica.
Personaggi che amano raccontarsi in pubblico come lo specchio della legalità e della trasparenza, ma che poi, nell’ombra dei propri uffici o nei corridoi del potere, continuano a uccidere Giovanni Falcone ogni giorno. Lo uccidono nel piccolo e nel grande: con i piccoli favori, con le scorciatoie morali, con i silenzi complici, con lo smantellamento silenzioso di quegli strumenti d’indagine che proprio Falcone aveva intuito e voluto.
Chi scrive su queste colonne lo ha ripetuto spesso negli anni: Falcone non è un santino da appendere al muro per una giornata di memoria collettiva e poi dimenticare per i restanti 364 giorni. Ricordarlo significa fare una scelta di campo quotidiana, netta, intransigente. Significa togliere la maschera agli ipocriti del giorno dopo e difendere quel metodo di lavoro fatto di rigore, coraggio e dignità.
Oggi l’Italia si ferma di nuovo a ricordare Capaci. Ma il modo migliore per onorare quel magistrato rimasto solo troppo a lungo non sono i tweet istituzionali o le passerelle. È l’impegno, silenzioso e costante, a non permettere alle maschere di spegnere quella luce che l’esplosione di trentaquattro anni fa non è riuscita a fermare.

















