

IL PUNTO DI VISTA – Sono grato al Direttore Pomi per aver istruito un dibattito a livello scientifico e non impressionistico (come avviene in “certi” salotti buoni), sui problemi e i destini dei centri storici e segnatamente di quello di Viterbo. A.I. ha mostrato un’insolita tendenza alla discussione “critica” (leggi qui); che è un bene sul piano dell’allargamento della conoscenza ma espone la saggezza algoritmica al rischio della discutibilità disciplinare. A.I. segnala l’inversione di tendenza alla crisi dei centri storici dopo il 2024 e l’esplosione del lavoro da remoto, attestatosi oggi a valori significativi anche in assenza delle costrizioni anti-Covid con cui di fatto era nato. Vero. Si chiama cambiamento.
Tuttavia generalizzare sulla ripresa dei centri minori e medi è un’arma a doppio taglio se si discute a livello globale. Perché il dato è inficiato da variabili molto complesse. Ad esempio, è valido per centri urbani comunque parte o prossimi rispetto alle grandi conurbazioni metropolitane (si pensi a Pomezia, Fiumicino, Ostia); è valido per i centri che hanno sempre saputo fornire un contrappeso socioeconomico e culturale alla città capoluogo di regione (come in Lombardia, Veneto, Toscana, Puglia); è valido per città “moderne” (cioè sviluppate dopo il XVIII secolo, senza vincoli storici significativi, mura comprese) come negli Stati Uniti, in Messico o in Australia. In Italia il problema dei centri storici c’è, è evidente e non è facile correre ai ripari, proprio per la loro singolarità storica, urbanistica e artistica.
Quanto al nomadismo digitale, ho scritto che “apprezzo molto anche la terza via da te indicata. Coworking, Coliving: certo, può smuovere la città e soprattutto il centro. E tuttavia non può essere un fenomeno di massa in grado da solo di destrutturare e poi ristrutturare una vocazione urbana“. Continuo ad esserne convinto. E mi meraviglio che l’A.I. non abbia preso abbastanza in considerazione una nozione
fondamentale in ogni strategia che coinvolge la dimensione sociale e socioeconomica: il concetto di “sistema”, dove nessun fattore da solo può sostentare un processo e nessun processo è interpretabile e gestibile se non è contestualizzato e posto in relazione con alcuni trends significativi. Venga pure il nomade digitale e apporti il suo apprezzabilissimo contributo. Ma ricordiamoci che a Viterbo c’è un’università che non si dimostra abbastanza organica con la città; che certi fenomeni di disaffezione urbana vengono da lontano; che i consumi tirano verso particolari comportamenti; che la competitività economica (per Viterbo, turistico-culturale, termale, ambientale) esige competenza, intraprendenza, sinergia; che molti altri soggetti partecipano al banchetto con le proprie chances.
E ricordiamoci ancora che l’A.I. è un coltello; anche quando le poniamo certe domande… Tanto per dire, ho chiesto candidamente ad A.I. “Quali sono i problemi dello spopolamento dei centri storici?”. Mi ha risposto: “Lo spopolamento dei centri storici non è causato da un solo fattore, ma da una combinazione di problemi economici, sociali e urbanistici che si rafforzano a vicenda. Ecco i principali: 1. Aumento dei costi e gentrificazione. In molte città, i centri storici diventano zone costose: affitti alti, immobili trasformati in strutture turistiche (B&B, case vacanza). Questo spinge residenti, soprattutto giovani e famiglie, a trasferirsi altrove. 2. Turismo di massa. Il turismo intensivo trasforma i quartieri: negozi tradizionali chiudono e vengono sostituiti da attività per turisti. Il centro perde servizi utili alla vita quotidiana (alimentari, scuole, farmacie), rendendolo meno vivibile. 3. Mancanza di servizi essenziali. Spesso nei centri storici mancano parcheggi, trasporti efficienti, spazi verdi e infrastrutture moderne. Questo li rende poco pratici rispetto alle periferie. 4. Invecchiamento della popolazione. Molti residenti rimasti sono anziani. Senza un ricambio generazionale, il quartiere si svuota progressivamente. 5. Degrado e scarsa manutenzione. In alcuni casi, edifici vecchi e costi elevati di ristrutturazione scoraggiano nuovi abitanti. Il degrado urbano accelera l’abbandono. 6. Cambiamenti nel lavoro e nello stile di vita. Con il lavoro moderno (uffici, smart working, poli industriali), vivere in centro non è più sempre conveniente. Le persone cercano case più grandi e meno costose fuori città. 7. Politiche urbane inefficaci. Se le amministrazioni non regolano affitti brevi, traffico o servizi, il centro può perdere la sua funzione residenziale.
In sintesi, il centro storico rischia di diventare più un “luogo da visitare” che un “luogo da vivere”. Capperi! Sembra che A.I. abbia letto i miei articoli! Le ho chiesto allora: “Ci sono studi che dimostrano una inversione di tendenza nello spopolamento dei centri storici? Mi ha risposto: “La letteratura più recente tende a superare l’idea di un trend unico. Non si parla più di semplice “spopolamento”, ma di trasformazione selettiva dei centri storici: alcuni diventano spazi turistico-commerciali (meno residenti), altri si ri-residenzializzano (spesso con popolazioni diverse: studenti, stranieri, classi alte); altri ancora entrano in declino strutturale. Sì, esistono studi che mostrano inversioni di tendenza, ma non sono generalizzate, riguardano specifici contesti (grandi città, aree attrattive), convivono con fenomeni opposti (abbandono, desertificazione). La lettura più corretta oggi è: non inversione globale, ma divergenza crescente tra centri storici che si rigenerano e altri che si svuotano.” Ecco, appunto….ma ‘sta A.I. mi copia proprio!

















