110 serrande abbassate nelle vie del commercio viterbese. La conta che serve per fare rinascere il centro storico
Via Cavour
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VITERBO - Non c'è da piangere su questi 110 negozi chiusi, c'è da spaccarsi la testa su cosa fare per generare condizioni buone per farli riaprire.

VITERBO – Martedì pomeriggio, piove. La domanda che ci facciamo è: ma in che condizioni si trova davvero il centro storico di Viterbo? Usciamo in strada a piedi e andiamo verso il centro. Attraversiamo le vie storiche del commercio: Corso Italia, Via Saffi, via San Lorenzo, via Cardinal La Fontaine, via dell’Orologio Vecchio. Vogliamo comprendere. 

Il tema è di quelli fortemente divisivi perché inquinato in maniera pesante dalla politica spiccia, quella del giochetto maggioranza-opposizioni. I primi hanno l’interesse a dipingere la realtà più rosa, i secondi intingono il pennello dell’acquerello nel nero carbone. Ne abbiamo lette di ogni nell’era dei social. Recentemente sul tema è intervenuto a dare lezioni anche chi ha avuto l’opportunità di fare qualcosa, ricoprendo in passato incarichi amministrativi diretti, e non fece nulla di organizzato e strutturale. Naturalmente per evidenziare l’incapacità, o presunta tale, di chi governa ora (colpevole più di non fare cose per il centro di un “reato” grave come la sottrazione di poltrona). Con questo dibattito sempre acceso in testa attraversiamo le strade. Ci prendiamo il tempo di guardare davvero il centro storico. Davanti il fumo di un sigaro alla vaniglia di un signore che, come noi, passeggia sotto la pioggia. 

Scattiamo delle foto ma soprattutto ci prendiamo la briga di contare le saracinesche chiuse. Sì perché se si vuole davvero mettere sul tavolo una questione bisogna affrontarla con logica e quantificarla. Servono i numeri per conoscere un problema e occorre lavorare su questi per elaborare strategie di contrasto, darsi obiettivi chiari e immaginare un fascio di azioni misurabili per riscontrare l’esattezza o meno della strategia. 

La conta fatta in un pomeriggio di pioggia, con la città calma e silenziosa, racconta questo: sul Corso abbiamo 16 negozi chiusi, su via Saffi 25, su via Cavour 18, 9 su via San Lorenzo, 17 in via Cardinal La Fontaine, 7 in via delle Fabbriche, 18 in via dell’Orologio Vecchio (contando da piazza San Simeone e scendendo verso piazza delle Erbe). 

Numeri per cercare di comprendere quanto è grande il problema, per tentare di definirlo, di misurarlo, di renderlo visibile. 110 negozi possibili che non ci sono, che mancano terribilmente. Numeri che hanno una genesi storica precisa, che raccontano di un centro storico abbandonato dalla politica cittadina negli ultimi trenta anni. Quando è arrivata la prima ondata di crisi nel 2008 i commercianti hanno iniziato a perdere incassi e qualcuno ha chiuso. Poi un graduale declino. Un grosso picco negativo – figlio di un combinato disposto tra esplosione della galassia dei centri commerciali, poca rapidità dei commercianti a recepire i cambiamenti e reagire, cambiamenti degli stili di vita e inizio dell’era di Amazon – è arrivato all’inizio della seconda decade del nuovo millennio. A comprendere la gravità della situazione ha provato l’amministrazione Michelini che, per una coincidenza storica, ha governato alle porte del baratro. Strategie episodiche e scarsa competenza hanno prodotto risposte effimere, non strutturali. Poi è arrivato Arena ma con la sua amministrazione anche il Covid. La situazione è precipitata ancora di più. Niente hanno fatto gli assessori al centro storico che si sono succeduti dalla fine del 2010 a oggi. Non ce ne vogliano, non è una questione personale ma la semplice verità. L’attuale amministrazione può avere tutti i vizi e le bruttezze che vogliamo, la sindaca può essere anche dipinta come un Belzebù, ma i fatti dicono che sono stati messi 100 milioni di lavori di riqualificazione del centro. E questo è il fatto nuovo.

C’è stata negli ultimi due anni una strategia sulla struttura centro che si andrà a materializzare pienamente entro la fine del 2025: l’intero perimetro delle mura cittadine riqualificato, piazza Crispi riqualificata, piazza del Comune riqualificata (il cantiere non è finito ma già si vede la differenza), struttura d’accoglienza di Valle Faul riqualificata, parcheggio del Sacrario in parte già riqualificato e presto saranno fatti altri lavori, progetti per riqualificare l’ex chiesa degli Almadiani, la Zaffera, la Pensilina del Sacrario, il Lazzaretto, il Genio, l’ex Tribunale di Piazza Fontana Grande. Il mercato del sabato è stato riportato dentro le mura, spostandolo dal Carmine a piazza della Rocca. L’area di Valle Faul utilizzata per manifestazioni ed eventi. Tutto questo non può essere cancellato da dieci, cento, mille (che poi alla fine sono sempre i soliti quindici) commentatori social al vetriolo. I fatti sono fatti e poco possono le opinioni, più o meno fomentate per cambiare la realtà.

Gli imprenditori hanno iniziato timidamente a scommettere sul centro. C’è un circuito di ristoranti e locali interessante: dal Lab di piazza del Teatro fino al Piazza al ponte del duomo. L’area di via San Lorenzo e primo tratto di Cardinal La Fontaine è davvero un bel posto. Nel 2025 riaprirà anche Schenardi e ci sono uomini e donne che hanno investito per aprire decine di nuove attività in queste vie dove siamo andati a fare la conta.

110 negozi chiusi, anche questa è realtà. Raccontano un problema serio ma questo numero va letto all’interno del contesto delle altre centinaia di attività che resistono e in alcuni casi prosperano. Il centro storico di Viterbo non naviga a gonfie vele. Fa numeri ancora bassi di presenze e su questo servirebbero delle strategie con azioni misurabili, occorrerebbero obiettivi. La politica non ha ancora toccato palla su questo. Non l’ha certamente fatto nel passato e continua a non farlo, almeno fino a oggi. Fino a questo martedì di pioggia. 

Non c’è da piangere su questi 110 negozi chiusi, c’è da spaccarsi la testa su cosa fare per generare condizioni buone per farli riaprire. Lì deve essere la concentrazione, non sulla lamentela, sullo sbrodolarsi addosso. E questo è un impegno di tutta la politica, maggioranza e opposizione (perché la città è di tutti e più che ai calcoli per farsi rieleggere i consiglieri dovrebbero pensare a fare l’interesse della città o avere la decenza di farsi da parte, soprattutto quando sono decenni che sulle schede elettorali campeggia sempre il loro nome) ma anche degli imprenditori. Servono 100 imprenditori coraggiosi pronti a tirare su quelle saracinesche e occorre che da Palazzo dei Priori escano idee, strategie, capacità di analisi, competenza. Non servono quei consigli comunali fatti di chiacchiere per dimostrare che l’altro è incapace, che ha sbagliato, che non sa fare. Serve serietà, responsabilità e un passo in avanti da parte di tutti mettendo al centro l’interesse dei viterbesi e non l’accanimento da tifoseria “destra” – “sinistra” – “civismo” che oltre a riempire i giornali di vanità e bruttezza non ha prodotto mezzo risultato utile alla comunità.

Per essere concreti anche noi mettiamo sul tavolo il problema dei 110 negozi chiusi e chiediamo a tutti i consiglieri, maggioranza e opposizioni, di lavorare (perché per questo sono stati eletti) per aiutare il centro storico a rinascere. Anche perché la cosa intelligente altrimenti non sarebbe quella di sostituire gli uni con gli altri al potere (come ci hanno insegnato a fare) ma operare una bella tabula rasa di tutti.

 

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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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