Quando la storia cade, la politica non può fingere
porta della verità
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Il crollo dello stemma di Porta della Verità non è soltanto un incidente. È il segnale di un sistema che celebra il patrimonio della Tuscia, ma troppo spesso rinvia la fatica quotidiana necessaria a conservarlo.

EDITORIALE – Uno stemma di pietra si stacca dalla sommità di Porta della Verità, precipita sulla strada e si frantuma. Nessuno viene colpito, ma soltanto per fortuna. Seguono la chiusura dell’area, i controlli, le verifiche sulle altre porte monumentali e la rimozione cautelativa di alcuni elementi da Porta Romana. È giusto intervenire rapidamente quando si manifesta un pericolo, ma una città non può considerare normale accorgersi della fragilità dei propri monumenti soltanto dopo che un pezzo è già caduto.

Le verifiche tecniche chiariranno le cause del distacco e sarebbe scorretto anticipare responsabilità individuali. La responsabilità politica, però, è una questione diversa. Non riguarda necessariamente chi abbia materialmente sbagliato un intervento o omesso un controllo, ma il modello con cui da anni si governa il patrimonio: molta valorizzazione nei discorsi, molti eventi dentro le mura, molte fotografie della città storica e una manutenzione che troppo spesso riemerge soltanto quando diventa emergenza.

Viterbo costruisce una parte decisiva della propria immagine sulle porte, sulle mura, sulle torri, sulle fontane, sulle chiese e sul peperino. Su questa bellezza fonda le proprie ambizioni turistiche e culturali, organizza manifestazioni, promuove candidature e invita visitatori. Ma non si può utilizzare il patrimonio come scenografia e poi trattarne la manutenzione come una voce residuale di bilancio. Se quei monumenti rappresentano davvero il capitale storico della città, devono essere amministrati con la stessa serietà riservata alle strade, alle scuole e agli altri servizi essenziali.

Il problema attraversa tutta la Tuscia, disseminata di palazzi, campanili, mura castellane, conventi, siti archeologici, chiese rurali, fontane e lavatoi. Nessuno può pretendere che una simile massa di beni venga restaurata contemporaneamente, soprattutto nei comuni piccoli, con poche risorse e uffici tecnici ridotti. Ma proprio l’impossibilità di fare tutto dovrebbe imporre una programmazione rigorosa, non giustificare l’assenza di una strategia.

La politica preferisce spesso il restauro straordinario alla manutenzione ordinaria. Il primo produce un finanziamento da annunciare, un cantiere da mostrare e un’inaugurazione da celebrare; la seconda richiede controlli ripetuti, pulizia delle coperture, verifica degli ancoraggi, eliminazione delle infiltrazioni e piccoli interventi che non portano titoli sui giornali. Tuttavia, è proprio la manutenzione invisibile a impedire i crolli, a ridurre i costi e a conservare davvero i beni.

Quando un elemento monumentale cade, non basta dire che si interverrà. Bisogna anche spiegare quando era stato controllato l’ultima volta, quali verifiche erano previste, quali problemi erano già noti e quali risorse erano state destinate alla prevenzione. La trasparenza non serve a cercare un colpevole da esporre, ma a impedire che ogni emergenza venga raccontata come un evento improvviso e imprevedibile.

Il primo passo dovrebbe essere una mappa pubblica e aggiornata che censisca ogni bene e ne descriva condizioni, vulnerabilità, urgenze e costi prevedibili. I monumenti più pericolosi dovrebbero essere messi immediatamente in sicurezza, quelli recuperabili dovrebbero ricevere priorità, mentre i beni stabili dovrebbero entrare in un programma di controlli periodici. Non una graduatoria della bellezza, ma una scala delle responsabilità.

Servirebbe poi una struttura che metta insieme Provincia, Comuni, Soprintendenza, diocesi, Università della Tuscia e ordini professionali. Lasciare ogni piccolo comune solo davanti a bandi complessi e progettazioni costose significa accettare in partenza che i territori con meno personale perdano le occasioni di finanziamento.

Coinvolgimento privato trasparente: Fondazioni, cittadini e imprese, comprese quelle che utilizzano le risorse e l’immagine della Tuscia, potrebbero alimentare un fondo territoriale trasparente, collegato a progetti precisi. Prima ancora di chiedere denaro, però, le istituzioni devono dimostrare di possedere un piano.

Non tutti gli edifici storici potranno diventare musei o produrre reddito. Alcuni potranno ospitare biblioteche, archivi, laboratori, botteghe o servizi, altri dovranno essere semplicemente custoditi. Anche questa è una scelta politica: decidere che un bene merita di essere conservato pur senza generare biglietti, flussi turistici o ritorni immediati.

Lo stemma di Porta della Verità potrà forse essere restaurato e ricollocato, ma non dovrebbe tornare al proprio posto cancellando ogni domanda. La politica locale non può continuare a celebrare la storia quando serve a promuovere il territorio e scoprirne la fragilità soltanto quando una pietra precipita sulla strada.

La Tuscia non ha bisogno dell’ennesima dichiarazione d’amore per il proprio patrimonio. Ha bisogno di controlli, priorità, risorse, competenze e responsabilità riconoscibili. La storia non cade all’improvviso: prima si incrina, si consuma e manda segnali. La vera colpa della politica comincia quando quei segnali restano senza risposta.

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Da una storia vera. Vedete voi se ascriverla ai viaggi nel tempo, alla trasposizione multidimensionale, al metaverso o chissà cos’altro. Non sottovaluterei l’intuito di Teresina…
Serve un leader con coraggio, abilità politica e un progetto.
«Caro Maurizio, ti posso dire una cosa? Chi studia la storia studia il presente».
"Io sono qui, in questo paese di sogno, tra questi castagni giganti...", questo uno dei pensieri scritti dall'autore in una lettera da Soriano. Soriano nel Cimino non fu per Pirandello solo un luogo di villeggiatura, ma una dimora spirituale.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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