
(Si ringrazia per le foto Claudio Margottini)
A novembre dello scorso anno il viterbese Claudio Margottini è tornato in Afghanistan, una terra che conosce e frequenta da venti anni. La sua prima volta nel 2002. Poi è mancato negli ultimi otto anni, da quando la situazione è precipitata, gli americani se ne sono andati e il Paese è caduto nelle mani dei talebani.
Anche in questo caso, su incarico dell’UNESCO, è stato chiamato a intervenire sulla falesia contenente le nicchie dove erano collocate le due grandi statue di Buddha, scavate nella roccia nel V e VI secolo. Si tratta dello stesso motivo che lo portò ad atterrare a Kabul nel settembre 2002.
Una storia, quella tra Margottini e l’Afghanistan, che passa per Civita di Bagnoregio. Sì perché è proprio durante un convegno a Praga nel 2002, dove il geologo partecipa e illustra i lavori di consolidamento di Civita, che si creano i contatti e le coincidenze che portano a un suo coinvolgimento nel cantiere afghano dei Buddha distrutti proprio dalle milizie talebane.
Questa volta però tutto è diverso e Margottini diventa testimone di un Paese dove la storia si è fermata e tutto rimane congelato nella visione talebana del mondo e della vita. Qualcosa di piuttosto forte agli occhi di un occidentale.
“Sono sparite le donne da Kabul”, questa il primo aspetto che Margottini fotografa. “Sono atterrato di venerdì, giorno di festa per loro, e intorno c’erano soltanto uomini – racconta -. La cosa mi sorprende ma evito accuratamente di chiedere informazioni al mio autista. Quando si arriva in nuovi contesti e forse problematici, meglio evitare domande sconvenienti.
Ciononostante mi prende un blocco allo stomaco. Non mi era mai capitato di vivere una situazione di apartheid di genere così forte”.
Ma nel nuovo e immobile Afghanistan talebano non è solo l’assenza delle donne dalla vita pubblica a saltare all’occhio. “A tutto ciò si aggiunge la presenza continua massiccia di posti di controllo e di polizia, postazioni con mitragliatrici lungo tutta la città, in uno scenario assolutamente inquietante e fortemente diverso da quello che avevo vissuto solo alcuni orsono, nel corso delle mie ultime missioni in Afganistan – continua Margottini – A Kabul non si vedono occidentali, come invece avveniva nel passato. Ci sono solo popolazioni locali mentre anche i pochi rappresentanti delle organizzazioni internazionali e del volontariato sono tutti rigorosamente ristretti nei loro compound, chiusi ed inaccessibili dove, per entrare devi avere il documento d’identità rilasciato dalle Nazioni Unite e attraversare più cancelli in cemento e ferro, controlli a raggi X, cani anti esplosivo e molto altro ancora. Ovviamente il tutto per tutelare la sicurezza degli operatori umanitari internazionali”.
Per raggiungere l’area dei Buddha, o meglio di quello che ne rimane, è necessario un viaggio in macchina fino a Bamiyan. Margottini ci racconta la procedura di spostamento: “La mattina successiva all’arrivo si parte per Bamiyan. Percorso di terra, con auto blindate, mai fatto prima quando c’era il rischio di attacco da parte dei talebani e si viaggiavo solo in piccoli aeroplani della Nazioni Unite. Adesso invece i talebani sono la nostra scorta. Dovrebbero proteggerci ma non si capisce da chi, visto che il problema erano loro, nel passato.
In realtà, mi spiegano, il Governo Afghano ha preteso che tutte le missioni di terra degli organismi internazionali che operano in Afghanistan abbiano una scorta adeguata, il cui costo costo ricade sugli stessi organismi. In questo modo il Governo afghano riesce parzialmente a sopperire a quella mancanza cronica di stipendi per le proprie truppe, a causa della grave crisi economica e finanziaria.
Partiamo quindi con due camionette di scorta, due pick-up verdi Toyota, di quelle che si vedono nei film di azione. Una decina di talebani armati di tutto punto, con le barbe nere incolte, che incutevano paura. Sembrava veramente di vivere un film d’azione. Invece era tutto vero. Inoltre, dopo il nostro arrivo a Bamiyan, un nostro funzionario dell’UNESCO ci informa che uno dei poliziotti faceva parte delle brigate suicide talebane. Mi sono sentito molto più tranquillo …”.
Il sentimento che si trova a vivere è quello della paura: “Paura per l’aspetto di questi talebani-poliziotti, paura per i loro armamenti, paura per i continui posti di blocco lungo la strada per Bamiyan”, racconta Margottini.
Un viaggio il suo che è anche fotografia e testimonianza di una parte del mondo con cui l’Occidente dovrebbe fare i conti, almeno quelli della coscienza. “Percorriamo una strada di montagna costellata di piccoli villaggi e posti di blocco – continua il racconto il geologo -. Il paesaggio è incredibile, sembra di tornare indietro di secoli e scopro un Afghanistan che non mi era proprio familiare. Piccoli agglomerati di case sparse lungo la strada e mi chiedo come fanno queste persone a vivere così isolati, come fanno i bambini ad andare a scuola, come fanno le donne a spostarsi. La risposta è che vivono di poco, i bambini non vanno a scuola e le donne si occupano della casa e dei campi. Anche le piccole spese vengono eseguite prevalentemente dagli uomini.
Avevo sempre viaggiato in aereo, con l’esclusione di quella volta che per tornare a Kabul cedetti il mio posto in aereo ad un collega belga ammalato e che aveva necessità di importanti cure mediche. Eppure il viaggio di terra, in auto, mi ha sorpreso e affascinato un contesto rurale che, dopo oltre 20 anni di frequentazioni continue in Afghanistan, mi accorgevo di scoprire oggi per la prima volta. I piccoli negozi, gli uomini, sempre e solo loro, seduti sui muretti che bordavano la strada, i bambini che giocavano e guardavano un po’ sorpresi le auto. Mi ritornavano in mente i racconti dei miei nonni quando, agli inizi del ‘900, mi parlavano delle prime auto che passavano per il loro paese e di quel gioco nell’andare a vedere le automobili. In questo caso, dopo 100 anni dopo, rivedevo quel gioco da bambini ma eravamo noi, dentro l’abitacolo ad essere l’oggetto di attenzione da parte di questi figli dell’Afghanistan minore”.


















