'Il Mostro' porta su Netflix Bassano Romano
Il Mostro
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La serie è ispirata alla vera storia degli omicidi attribuiti al "mostro di Firenze" tra il 1968 e il 1985. "Siamo felici che Bassano Romano stia attirando un continuo e crescente interesse e siamo altresì compiaciuti nell'avere la possibilità di riconoscere il nostro antico borgo in una pellicola che avrà una visibilità mondiale", il commento del sindaco Emanuele Maggi.

BASSANO ROMANO – Un po’ di Tuscia nella serie Netflix ‘Il Mostro’, uscita mercoledì 22 ottobre. Il lavoro di Stefano Sollima,  già presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, è stato in parte girato nella tranquilla Bassano Romano.

La serie è ispirata alla vera storia degli omicidi attribuiti al “mostro di Firenze” tra il 1968 e il 1985. “Siamo felici che Bassano Romano stia attirando un continuo e crescente interesse e siamo altresì compiaciuti nell’avere la possibilità di riconoscere il nostro antico borgo in una pellicola che avrà una visibilità mondiale”, il commento del sindaco Emanuele Maggi.

17 anni di terrore, 16 vittime, un’arma fantasma e nessun colpevole certo. È una sorta di ritorno alle origini questo Il Mostro, la nuova serie diretta da Stefano Sollima. Perché non ci troviamo di fronte alla vicenda di Pietro Pacciani, né dei suoi famigerati “compagni di merende”. Questa è un’altra storia. O meglio, è la prima.

Nel 1982, quando vengono trovati i corpi di Paolo Mainardi e Antonella Minervini, il sostituto procuratore Silvia Della Monica si trova davanti al terzo duplice omicidio. L’assassino colpisce coppie in cerca d’intimità nelle campagne toscane, usando una Beretta calibro 22 e infliggendo brutali mutilazioni ai corpi femminili con un bisturi, segno di un profondo odio verso le donne.

Le indagini collegano questi crimini a un duplice omicidio del 1968: Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, uccisi da Stefano Mele, marito di Barbara. Mele aveva confessato di aver agito per gelosia, ma i bossoli siglati “H” della sua arma sono identici a quelli usati dal mostro. Poiché Mele è in carcere durante gli altri delitti, emerge un inquietante interrogativo: quale legame lo unisce al killer?

Un flashback al 1968 mostra Barbara e Stefano, sposati in Sardegna, trasferirsi in Toscana dove affittano una stanza a Salvatore Vinci. Secondo Mele, l’arrivo di Salvatore cambia Barbara, che inizia a tradirlo con lui, poi con suo fratello Francesco e infine con Lo Bianco. La “pista sarda” diventa centrale: un intreccio di rapporti morbosi, circostanze sospette e il mistero dell’arma del delitto che collega tutti i protagonisti in una caccia a un assassino destrimane, iposessuale e feticista che terrorizzò la Toscana fino agli Anni 80.

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Alle 9:30 del mattino salgo a San Martino al Cimino. Qui i Veralli vivono insieme: una manciata di case affacciate su un unico piazzale dove i fratelli e i genitori condividono la vita di tutti i giorni. Nella famiglia di Emanuele ci sono i fratelli Alessandro (il primogenito), Francesco (il secondogenito) e poi c'è lui, il terzo. Emanuele ha 36 anni, è sposato con Anna Maria e dalla loro unione è nata Azzurra, che a oggi ha 4 anni. Ti basta mettere piede su quel cemento per respirare un senso di appartenenza che oggi non si trova quasi più. A darmi il benvenuto ci sono Anna Maria, la moglie di Emanuele, la piccola Azzurra e Benito, il cagnolino di casa. L’aria è distesa, priva di retorica. È la semplicità di un rito che Emanuele ripete da quando è entrato nel Sodalizio dei Facchini.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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