Backstage - Tav a Orte? Meglio pensare al trasporto locale
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Perché un treno super-veloce dovrebbe effettuare fermate in stazioni tutto sommato secondarie con Orte o come Chiusi? Beh, la risposta è molto semplice e sicuramente impopolare: i Frecciarossa o gli Italo sono stati concepiti per collegare in maniera rapida le grandi città e quindi non ha alcun senso che si fermino in scali secondari.

Perché un treno super-veloce dovrebbe effettuare fermate in stazioni tutto sommato secondarie con Orte o come Chiusi? Beh, la risposta è molto semplice e sicuramente impopolare: i Frecciarossa o gli Italo sono stati concepiti per collegare in maniera rapida le grandi città e quindi non ha alcun senso che si fermino in scali secondari e che, al massimo, qualche sosta sia consentita solo in capoluoghi importanti. Da Roma a Milano, ad esempio, stop a Firenze, Bologna e basta. E in diversi casi si fila dritti da Roma Tiburtina a Milano Rogoredo senza neppure una fermata. Questo è l’obiettivo dell’alta velocità (che in tal modo si è messa in feroce e proficua concorrenza con il trasporto aereo) e non può essere snaturato da richieste territoriali quanto meno inopportune.

Dunque, la mobilitazione corale per ottenere la fermata di qualche Frecciarossa a Orte sebbene comprensibile, appare piuttosto velleitaria nella sua concreta realizzazione. Ci sarebbero innanzitutto problemi di natura tecnica, ma se le richieste fossero accettate si creerebbero precedenti complicati da gestire. Tanto per dire, perché allora non imporre fermate a Orvieto, per esempio, che oggi è zona certamente più turistica rispetto alla bassa Tuscia? E se poi chiedessero la sosta anche Arezzo o Modena o Piacenza, come Trenitalia potrebbe dire di no? Insomma, un guazzabuglio senza fine, dal quale si uscirebbe soltanto con lo snaturamento progressivo della Tav. Che non sembra proprio solleticare gli interessi di Trenitalia e di altre aziende private che operano nel settore.

Ma sarebbe troppo semplicistico fermarsi a questo aspetto perché le condizioni del trasporto pubblico su rotaia nel Viterbese sono da terzo mondo e anche peggio, se possibile. Dover impiegare quasi due ore (se tutto va bene) per andare da Viterbo a Roma (una novantina di chilometri) è inconcepibile nel terzo millennio. La linea che passa da Civita Castellana è gestita dalla disastratissima Atac (che un recente referendum avrebbe voluto sottrarre alla mano pubblica) ed è allucinante per i tempi di percorrenza, oltre per le condizioni del percorso caratterizzato ancora da passaggi a livello incustoditi, per attraversare i quali il convoglio procede a passo d’uomo. L’altra linea è leggermente più veloce, ma è pensata ed usata come metropolitana di superficie per i romani. Per gli altri, cioè i viterbesi, è un calvario quotidiano. Per maggiori informazioni rivolgersi ai pendolari. E che dire poi del collegamento Viterbo – Orte? Per percorrere una quarantina di chilometri, ci vuole quasi un’ora: un record o quasi.

Se, quindi, la situazione è questa, che senso ha impegnarsi per far fermare qualche Frecciarossa a Orte? I rappresentati nelle istituzioni, di qualsiasi partito, farebbero meglio a lavorare per un potenziamento serio e concreto del trasporto locale in direzione Roma. Questo sì permetterebbe di migliorare la vita di migliaia di cittadini che ogni giorno devono raggiungere la capitale e poi rientrare a casa. Diciamoci la verità: la Tav in casa è solo un sogno (che fa audience e forse produce pure qualche consenso elettorale), però destinato molto difficilmente a realizzarsi. Inutile farsi illusioni.

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Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Alle 9:30 del mattino salgo a San Martino al Cimino. Qui i Veralli vivono insieme: una manciata di case affacciate su un unico piazzale dove i fratelli e i genitori condividono la vita di tutti i giorni. Nella famiglia di Emanuele ci sono i fratelli Alessandro (il primogenito), Francesco (il secondogenito) e poi c'è lui, il terzo. Emanuele ha 36 anni, è sposato con Anna Maria e dalla loro unione è nata Azzurra, che a oggi ha 4 anni. Ti basta mettere piede su quel cemento per respirare un senso di appartenenza che oggi non si trova quasi più. A darmi il benvenuto ci sono Anna Maria, la moglie di Emanuele, la piccola Azzurra e Benito, il cagnolino di casa. L’aria è distesa, priva di retorica. È la semplicità di un rito che Emanuele ripete da quando è entrato nel Sodalizio dei Facchini.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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