
L’ultimo (?) capitolo di una saga, anzi di una farsa, infinita arriva con la decisione del Consiglio di Stato che smentisce la posizione del Tar di appena qualche giorno prima. La serie B resta a 19 squadre, mentre il Tribunale amministrativo aveva detto che bisognava tornare all’originario format composto da 22 compagini. La sintesi è presto fatta; alla fine di ottobre non si sa ancora chi e quanti club giocheranno nella serie cadetta e conseguentemente in Lega Pro. In questo guazzabuglio ci sta pure la Viterbese che non ha problemi di categoria (giocherà sicuramente in serie C), ma che ha sollevato obiezioni per l’inserimento nel girone C, quello meridionale, mentre avrebbe preferito (e le era stato assicurato) che avrebbe giocato nel raggruppamento settentrionale (girone A).
Come se ne uscirà non è dato sapere e nemmeno intuire: martedì prossimo, il consiglio federale della Figc convocato d’urgenza dal neo presidente Gravina dovrà pronunciarsi in maniera si spera definitiva. Una vicenda kafkiana dalla quale escono tutti sconfitti. L’ex commissario straordinario Fabbricini (e soprattutto il suo mentore, il presidente del Coni Malagò) che ha forzato la mano con un provvedimento (abbassamento del numero di squadre partecipanti alla B da 22 a 19) che andava contro tutti cardini dell’ordinamento sportivo: i cambiamenti e le riforme si possono fare, ma vanno sempre in vigore dalla stagione seguente. In sintesi, le regole del gioco non si cambiano quando la partita è in corso. E ancora la Lega di B che aveva fortemente sostenuto il “dimagrimento” in modo da avere più soldi da spartirsi, dimenticando però che con con meno partite da giocare i ricavi da diritti televisivi sarebbero diminuiti: alla fine, insomma, nelle casse sociali sarebbe entrato grosso modo lo stesso denaro.
Ma è soprattutto l’istituzione calcio ad uscire bastonata da queste situazioni: bisogna porsi senza indugio il problema della eccessiva quantità di squadre partecipanti ai campionati professionistici. L’ideale sarebbe la serie A a 18 (se ne gioverebbe anche la Nazionale che Mancini sta faticosamente provando a far risorgere dopo la debacle di Ventura) , la B a 20 e una C con due gironi da 20 o al massimo con 3 da 18 per tutelare qualche posto di lavoro in più, come reclama l’Associazione calciatori. Non se ne farà niente perché scenderebbero i ricavi dei diritti televisivi, dai quali dipendono la stragrande maggioranza delle società. Serve una riforma urgente del settore, a cominciare dalla giustizia sportiva: oggi ci sono troppe norme, talvolta in contraddizione tra loro, che aprono la strada a ricorsi e controricorsi, che coinvolgono più organi anche della magistratura ordinaria. Così non se ne uscirà mai. Servono poche regole chiare e precise: si faccia presto, per favore. E poi il problemi degli stadi, dei settori giovanili, degli stranieri… Gravina ha tanto lavoro da fare e non c’è molto tempo a disposizione.
Un’ultima considerazione sulla situazione della Viterbese. La scelta di Camilli di impuntarsi sul girone in cui giocare appare francamente eccessiva e capziosa. Se il patron è convinto di aver allestito una compagine molto competitiva, allora questo valori sarebbero venuti sicuramente fuori. Sia nel girone A che nel girone C. Oggi, qualunque sarà il raggruppamento in cui finiranno, i gialloblù devono recuperare già 10 partite, ai quali si sommano i match di Coppa Italia, e in un calendario che è già abbastanza intasato di suo. Il che obbligherà la squadra ad un tour de force infinito. Ne valeva davvero la pena?


















