Arena: "Andiamo in centro a fare i nostri acquisti, non lasciamo che si respiri aria di lockdown"
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VITERBO - Un invito a rompere l'atmosfera da lockdown, nel rispetto del distanziamento sociale e delle misure di contrasto alla diffusione al virus: mascherina in testa. 

VITERBO – Giovanni Arena da sindaco sente il bisogno di lanciare un appello ai viterbesi per non lasciare solo e vuoto il centro storico della città. Un invito a rompere l’atmosfera da lockdown, nel rispetto del distanziamento sociale e delle misure di contrasto alla diffusione al virus: mascherina in testa. 

“Avevamo sperato e forse anche creduto che fosse tutto passato. Quest’estate ho visto il centro di Viterbo più bello di sempre, vivo come non mai. Con la gente che aveva voglia di uscire e vivere questa nostra città, dopo aver passato a casa buona parte della primavera – così il sindaco Arena -.

I commercianti, la mattina, avevano di nuovo il piacere e l’entusiasmo di aprire le proprie attività. Da alcune settimane il numero dei contagi è tornato purtroppo a salire. Alcuni locali devono chiudere prima, bar e ristoranti e altre attività di somministrazione al pubblico la sera non possono tenere aperto. La gente sta più tempo in casa. Il centro si svuota.

Più volte in questi giorni ho sentito la frase “C’è aria di lockdown”. Ma mentre tutto questo accade, in centro, ci sono tanti commercianti che lavorano. Lavorano in sicurezza. Fanno attenzione al rispetto delle disposizioni previste. Lavorano in sicurezza per loro stessi, per i loro dipendenti e per i loro clienti. Andiamo in centro a fare i nostri acquisti, anche quelli del prossimo Natale. Sempre con le dovute accortezze, con mascherina, gel pronto per igienizzarci frequentemente le mani. Manteniamo il giusto distanziamento fisico dalle altre persone. Non lasciamo che si respiri quell’aria di lockdown. Viviamolo il nostro centro storico. Ognuno di noi può dare il proprio contributo”.

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Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Alle 9:30 del mattino salgo a San Martino al Cimino. Qui i Veralli vivono insieme: una manciata di case affacciate su un unico piazzale dove i fratelli e i genitori condividono la vita di tutti i giorni. Nella famiglia di Emanuele ci sono i fratelli Alessandro (il primogenito), Francesco (il secondogenito) e poi c'è lui, il terzo. Emanuele ha 36 anni, è sposato con Anna Maria e dalla loro unione è nata Azzurra, che a oggi ha 4 anni. Ti basta mettere piede su quel cemento per respirare un senso di appartenenza che oggi non si trova quasi più. A darmi il benvenuto ci sono Anna Maria, la moglie di Emanuele, la piccola Azzurra e Benito, il cagnolino di casa. L’aria è distesa, priva di retorica. È la semplicità di un rito che Emanuele ripete da quando è entrato nel Sodalizio dei Facchini.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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