

La storia è puntellata di assedi, eventi che, pur diversi per contesto e tecnologia, condividono un filo conduttore: la strategia di isolamento per sottomettere un avversario. Comparare un assedio medievale come quello di Viterbo del 1243 con l’operazione di blocco moderno nello Stretto di Hormuz, sebbene distanti per secoli e mezzi, rivela sorprendenti parallelismi nelle logiche di conflitto e nelle sfide che entrambe le situazioni presentano. Tra l’altro, tanto nella Viterbo del 1243 quanto nel contemporaneo Golfo Persico, si assiste a un meccanismo di assedio nell’assedio.
L’Assedio di Viterbo (1243): L’Imperatore e la Città Ribelle
Nel 1243, l’imperatore Federico II di Svevia, figura dominante dell’Europa medievale, si trovò di fronte a Viterbo, città strategica nel cuore dello Stato Pontificio che, pur essendo stata in passato alleata imperiale, si era ribellata schierandosi con Papa Innocenzo IV. Federico II non si limitò a un assalto diretto, bensì orchestrò un assedio in piena regola, mirato a strangolare la città. In realtà gli imperiali, circondati dai viterbesi erano nel cuore di Viterbo, sotto assedio appunto. E quindi le truppe di Federico II circondarono a loro volta i viterbesi.
L’obiettivo primario era impedire l’ingresso di viveri e rinforzi a Viterbo. Le truppe imperiali circondarono la città, controllando ogni accesso terrestre e bloccando i percorsi di approvvigionamento dalle campagne circostanti. L’imperatore contava sul logoramento della difesa viterbese a causa della fame e della sete, sperando di portare la città alla resa senza dover ricorrere a costosi e sanguinosi assalti alle mura.
La presenza massiccia dell’esercito imperiale e la privazione delle risorse servivano a minare il morale degli abitanti e dei difensori. Nonostante la determinazione di Federico II, l’assedio si rivelò lungo e inconcludente. Grazie a sortite fortunate dei viterbesi e all’arrivo di rinforzi pontifici, l’imperatore fu infine costretto a ritirarsi, subendo una rara sconfitta militare e di immagine.
L’ipotetico assedio di Hormuz: la geopolitica dell’energia
Lo Stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e al Mar Arabico, è uno dei passaggi marittimi più importanti e strategicamente sensibili del mondo. Attraverso questo “collo di bottiglia” transita circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio. L’idea di un “assedio” imposto dagli Stati Uniti a Hormuz non si tradurrebbe in un assedio terrestre di una città, ma piuttosto in un blocco marittimo volto a controllare o impedire il transito di navi. Tutto questo, anche qui, fatto agli iraniani che a loro volta hanno cinto d’assedio Hormuz bloccando la navigazione.
La Marina degli Stati Uniti, con la sua superiorità tecnologica e la presenza della Quinta Flotta nella regione, sta lavorando a un blocco per impedire l’esportazione di petrolio o l’importazione di merci in Iran. L’obiettivo sarebbe quello di sigillare il passaggio, monitorando e dirottando le navi che trasportano merci da o verso il paese colpito, creando un “assedio economico” su scala globale. Un blocco di Hormuz punta a ripercussioni devastanti sull’economia iraniana, negandogli introiti vitali e l’accesso a beni di prima necessità. Allo stesso tempo, rischia un’impennata globale dei prezzi del petrolio con conseguenze economiche diffuse.
Le differenze tecnologiche sono ovviamente abissali: balestre e scale contro portaerei e missili. Questo altera radicalmente la velocità, la portata e la distruttività delle operazioni, ma non la logica sottostante dell’isolamento. L’assedio di Viterbo ebbe l’intervento del Papa, che minacciò di scomunicare Federico II e inviò rinforzi. Un blocco a Hormuz rischia di avere un impatto globale immediato e inaccettabile per molte nazioni, scatenando reazioni da parte di attori internazionali ben oltre i confini regionali.
In conclusione, mentre gli strumenti e le scale sono cambiati radicalmente tra il XIII secolo e l’era contemporanea, la logica sottostante agli “assedi” rimane sorprendentemente costante. Che si tratti di mura cittadine o di rotte marittime strategiche, la capacità di isolare un avversario, privandolo di risorse e minandone la capacità di resistere, rimane una tattica potente e pericolosa, con conseguenze che vanno ben oltre il campo di battaglia immediato.

















