

VETRALLA – Lo conoscono tutti. Ma pochi l’hanno visto così. Curvo, concentrato, sul tornio. Un taglio di luce entra dalla porta della cantina e gli cade sulle mani. Non alza la testa. Non serve. Quello è il suo posto, il posto di Checco Lallo. Perché è lì che stavano i pilari. Quelli che facevano le pile, le pentole in terracotta. Questa è via dei Pilari e fino agli anni Sessanta, di cantine come la sua, ce n’erano sedici.
Oggi è rimasto solo lui. Si vede poco. Per questo oggi mi sento fortunato a passare di qui e trovare i suoi vasi messi al sole sulla piazzetta. Anche se sono di fretta mi affaccio. Non sa chi sono. Mi dice buongiorno come lo direbbe a un turista qualsiasi. Non si distrae. Dopo capisco perché. Certo, se si ferma la creta si secca. Ma non è solo questo. È che lui ha sempre lavorato così, per produrre. Più produceva, più guadagnava. Così suo padre, così suo nonno, e prima ancora. “L’ho fo perché l’ho sempre fatto”, mi dice. Si iniziava da bambini, appena arrivavi all’altezza della ruota. Quella era l’età giusta. E più figli avevi, più potevi produrre. Pentole, boccali, bicchieri, vasi. Roba che serviva. Tutti sulla via lavoravano e poi si partiva per i mercati: a nord Viterbo e La Quercia, a sud Capranica, Sutri e Monterosi. “Una volta ho fatto un manico a forma di treccia. Mio padre s’è incazzato. Eppure era bello. “E allora? “Con lo stesso tempo potevo fare un’altra brocca.” Questo era il punto. La bellezza non contava. Contava la funzione. Le pentole dovevano essere leggere e resistenti. “Se prendi una pentola pesante pensi che è piena anche quando non lo è.” Oggi la chiameremmo user-experience. Lui la chiamava lavoro ben fatto.
Checco tiene ancora quel ritmo. Solo gli anni gli hanno rallentato i gesti. E rallentandoli li hanno resi qualcos’altro che assomiglia all’arte. In un angolo della cantina, nella penombra, vedo una piccola cosa. La prendo. Prima che chieda, mi dice: “È un fischietto.” Anche quelli non si potevano fare. Tempo perso. Occupavano il forno. Mi indica un loculo in alto, alle sue spalle. Ci si arriva con la scala. Si fa un castello di vasi, pentole e tutto quello che c’è da cuocere. Il forno è una misura. Rimetto il fischietto dove stava. “E adesso perché lo fai?” Checco non risponde subito. Continua a lavorare. Poi, senza fermarsi: “Perché l’ho sempre fatto.”
Fa una pausa breve, quasi niente. “Solo che prima serviva.” Resto lì ancora un po’. Le mani che girano, la terra prende forma. Non c’è fretta. Non c’è nessuno che aspetta. Fuori, sulla piazzetta, i vasi sono allineati al sole. Non devono andare da nessuna parte. Lo saluto prima di uscire e lo ringrazio. Anche la mia fretta si è dissolta. Non c’è più. Ripenso a quello che mi ha detto. “Prima serviva. Adesso no”. Eppure le fa. Ecco. Le pile di Checco servono ancora. Solo che non sappiamo più a cosa.





















