In cosa si trasforma l’accoglienza dei migranti quando mancano gli strumenti?

In cosa si trasforma l’accoglienza dei migranti quando mancano gli strumenti?

Il caso di Civitella Cesi e della sua struttura poco idonea all'accoglienza di persone ci fa chiedere come si possa sperare che una cosa del genere funzioni a lungo

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Quello dell’accoglienza è uno dei temi caldi di questo fine 2016. Da quando si sono intensificati gli sbarchi di rifugiati sulle coste italiane, il Governo ha deciso un piano di distribuzione che vede coinvolte tutte le province italiane, viterbese compreso. Un piano che avrebbe dovuto portare nella Tuscia un massimo di 1000 migranti nei centri d’accoglienza, ma che attualmente hanno superato le 1100 presenze, mentre ci si aspetta un raddoppio della quota pattuita.

L’ultimo caso in ordine cronologico è quello di Civitella Cesi, piccola frazione di Blera, nella quale sono state recentemente ospitate 27 rifugiate prima assegnate al centro di Acquapendente. Un piccolo borgo che ha accolto la notizia di questo arrivo con grande sconcerto a causa delle ridotte dimensioni del borgo, ma soprattutto a causa del luogo dove queste persone sono state accolte, dichiarato in precedenza non idoneo e poi abilitato allo scopo senza alcuna modifica.

Il giorno dell’arrivo delle rifugiate alcuni cittadini hanno anche iniziato una dura protesta, placata solo dal dialogo con il sindaco Elena Tolomei, che ha cercato di mitigare le preoccupazioni degli abitanti con successo. Alla fine, quindi, il pullman con 29 donne – alcune delle quali incinte – è arrivato nella frazione: 27 sono scese lì, mentre altre due con tutta probabilità erano assegnate ad un altro centro. La sera stessa una delle rifugiate è uscita dalla struttura e si è dileguata senza lasciare traccia.

La vicenda non è iniziata nel migliore dei modi e la Tolomei non ha dimenticato che, comunque, quella struttura non può essere adatta ad ospitare nulla e nessuno. Il sindaco è così entrato nella struttura aspettandosi il peggio, ma la situazione che ha raccontato all’uscita è stata catastrofica. La Tolomei all’interno del centro d’accoglienza ha trovato le donne in lacrime: senza luce, senza acqua, senza servizi.

Altri dubbi sono stati sollevati sulla qualifica degli operatori che gestiscono il centro, o comunque sulla loro conoscenza della gestione di 26 donne rifugiate, alcune delle quali in attesa di figli. La Tolomei racconta che il gruppo è stato diviso in due, da un lato le francofone e dall’altro le anglofone, ma comunque manca un interprete quindi la cosa risulta quasi inutile.

Poco dopo è arrivata l’elettricità grazie all’utilizzo di un gruppo elettrogeno, che oltre a fornire luce serve anche ad azionare la pompa che porta acqua nell’edificio. Quindi o luce o acqua, entrambe insieme non si possono avere. Raccapricciante anche la situazione della cucina, dove per cucinare pasti per tutte le donne viene utilizzata una cucina a gas, di quelle alimentate a bombola, arrangiata in un seminterrato.

Se la struttura a suo tempo era stata dichiarata non idonea, effettivamente, un modo doveva esserci. Ma allora perché tutto è cambiato? Perché ospitare dei rifugiati in un edificio che nessuna Asl approverebbe? La vera domanda che ci si pone, però, è cosa diventa l’accoglienza praticata in questo modo, senza mezzi e senza strumenti? Le parole del sindaco di Blera descrivono la struttura come fosse una sorta di Guantánamo Bay senza sbarre e dalla quale è molto facile andarsene. Un tugurio poco adatto all’accoglienza. Perché allora mandare lì queste donne, che si trovavano già in un altro centro ad Acquapendente?

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