

IL DOMENICALE – Il caldo estremo non può più essere affrontato soltanto consigliando agli anziani di non uscire tra le undici e le diciotto. Il consiglio è corretto dal punto di vista sanitario, ma rischia di trasformarsi in una condanna per chi vive solo, in una casa popolare surriscaldata, senza condizionatore o con una pensione che non consente di tenerlo acceso per molte ore. Il Ministero della Salute considera anziani, malati cronici e persone in condizioni sociali ed economiche svantaggiate tra i gruppi maggiormente vulnerabili; gli studi epidemiologici mostrano inoltre che l’aumento della mortalità durante le ondate di calore colpisce soprattutto le età più avanzate.
Viterbo ha già attivato per l’estate 2026 il servizio S.O.S. Caldo, con Comune, Croce Rossa e servizi territoriali impegnati nell’assistenza alle persone fragili, anche attraverso la consegna di farmaci e beni di prima necessità. La Asl mantiene inoltre operativo il Piano caldo provinciale. È una rete importante, ma potrebbe essere completata con un’iniziativa ulteriore, come la realizzazione di una rete di rifugi climatici, distribuita nel capoluogo e nei paesi della Tuscia.
Non servirebbe necessariamente costruire nuovi edifici. Si potrebbero utilizzare quelli già esistenti: biblioteche, centri sociali anziani, sale comunali, musei, spazi parrocchiali, sedi associative, circoli, case di quartiere e locali scolastici non utilizzati durante l’estate. Luoghi aperti gratuitamente, soprattutto tra mezzogiorno e le diciotto, dotati di climatizzazione o comunque capaci di mantenere temperature accettabili, con sedie comode, acqua potabile, servizi igienici e accessibilità per chi ha difficoltà motorie.
Non sarebbe un esperimento isolato. Bologna ha realizzato una rete che nel 2026 ha raggiunto 28 rifugi climatici, utilizzando biblioteche, musei, case di quartiere, cortili ombreggiati e altri spazi pubblici. Per quelli al chiuso sono richiesti ingresso libero, acqua potabile, servizi igienici accessibili, sedute e climatizzazione. Milano ha invece mappato oltre 116 “spazi freschi”, tra biblioteche, aree verdi e case di quartiere, pensati soprattutto per anziani, bambini, malati cronici e persone colpite dalla povertà energetica.
A Viterbo non basterebbe aprire un’unica sala nel centro storico. I rifugi dovrebbero essere vicini alle persone, soprattutto nei quartieri popolari e periferici, perché un anziano non può attraversare la città sotto il sole per raggiungere un luogo fresco. Servirebbe almeno un presidio facilmente raggiungibile in ogni area urbana, collegato, nei giorni di maggiore allerta, con un piccolo servizio di accompagnamento per chi ha problemi di mobilità.
Nei paesi il modello potrebbe essere ancora più semplice. Il Comune, insieme alla Asl, alla Protezione civile, alle parrocchie e alle associazioni di volontariato, potrebbe individuare una sala fresca e accessibile, comunicarne chiaramente gli orari e garantire una presenza durante le ore centrali. Non un ambulatorio né un ricovero, ma un luogo normale dove leggere il giornale, giocare a carte, bere, parlare e trascorrere qualche ora in sicurezza.
La presenza umana sarebbe importante quanto l’aria condizionata. Il rifugio climatico non dovrebbe diventare una sala silenziosa nella quale parcheggiare gli anziani, ma un presidio di comunità. Un volontario potrebbe controllare che tutti bevano, riconoscere eventuali sintomi di malessere, contattare i familiari o i servizi sanitari e, soprattutto, interrompere quella solitudine che durante il caldo aumenta i rischi perché nessuno si accorge in tempo di una persona che sta male.
Gli spazi potrebbero aprire automaticamente nei giorni indicati dai bollettini del Ministero della Salute e restare disponibili per tutta l’estate con orari programmati. Il sistema dovrebbe avere una mappa facilmente consultabile, ma anche volantini nelle farmacie, negli studi medici, nei supermercati e nei portoni delle case popolari, perché proprio le persone più fragili non sempre utilizzano internet.
La proposta avrebbe anche un valore culturale. Fino a oggi abbiamo considerato il fresco una faccenda privata, cioè chi può compra un condizionatore e si protegge, chi non può deve resistere. Ma quando il caldo diventa un rischio sanitario collettivo, il refrigerio entra nel campo dei servizi pubblici, come l’acqua, l’assistenza e la protezione civile.
Dire a un anziano di restare in casa non basta, soprattutto quando la sua casa è il luogo più caldo e più solo nel quale possa trovarsi. La Tuscia deve imparare ad aprire le porte proprio nelle ore in cui il sole costringe tutti a chiuderle. Un rifugio climatico non è soltanto una stanza fresca, è il segno di una comunità che non lascia nessuno solo ad aspettare che passi il pomeriggio.


















