

PIETRE – Ceuta ha vissuto qualcosa che non può essere minimizzato. In poche ore decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine dal Marocco, a nuoto o superando le barriere, travolgendo la capacità di accoglienza di una città di circa ottantamila abitanti. Almeno 67 persone sono morte, soprattutto annegate o schiacciate, mentre più di 48 mila sono poi rientrate in Marocco. Lo Stato spagnolo ha ammesso di non avere previsto la dimensione della crisi e ha schierato militari, polizia e Guardia Civil, mentre venivano installate nuove barriere sul confine marittimo. Non era una normale giornata di immigrazione irregolare, ma una rottura improvvisa dell’ordine pubblico, una tragedia umanitaria e un fallimento politico che ha lasciato i residenti impauriti e disorientati.
Proprio perché la paura era reale, ciò che è accaduto dopo deve preoccuparci. In alcuni quartieri gli abitanti hanno innalzato barricate e organizzato ronde improvvisate per impedire ai migranti di entrare. Le cronache hanno mostrato persino bambini con catene e mazze, convinti di dover proteggere madri e sorelle. È il momento nel quale una comunità rischia di smettere di chiedere allo Stato sicurezza e comincia ad attribuirsi il diritto di stabilire chi possa passare, chi debba essere respinto e chi, per il solo aspetto, rappresenti una minaccia.
Il confine tra legalità e discriminazione
Non si può chiedere a chi vive a Ceuta di ignorare intrusioni, furti, aggressioni o la sensazione di essere stato abbandonato. La solidarietà non consiste nel negare i fatti e l’accoglienza non può significare lasciare una città senza regole. Chi entra illegalmente deve essere identificato, chi commette un reato deve essere perseguito e chi non possiede titolo per restare deve essere sottoposto alle procedure previste dalla legge. Ma tra il ripristino della legalità e la trasformazione di ogni migrante in un invasore esiste il confine sul quale si misura una democrazia.
La democrazia non è debole perché accoglie, ascolta e riconosce le differenze, diventa debole quando perde il controllo del territorio e poi lascia che la paura venga amministrata da barricate, ronde e propaganda. A Ceuta la parola “invasione” ha finito per cancellare le persone, compresi adolescenti e minorenni, spinti dalla povertà, dalle reti criminali e da informazioni false diffuse sui social. Molti sono tornati indietro quasi subito, altri sono morti cercando di raggiungere una frontiera che immaginavano aperta.
Il contesto locale e il valore delle regole
Il problema riguarda anche noi. Nella Tuscia il razzismo non è un pericolo astratto, come mostrano lo striscione con la parola “Remigrazione” esposto a Viterbo, gli insulti razzisti denunciati dopo la partita Under 17 tra Tarquinia e Tolfa e l’indagine che ha coinvolto un ventenne viterbese per propaganda neonazista, suprematista e antisemita online. Sono episodi diversi, che non devono essere confusi e non autorizzano giudizi anticipati sulle responsabilità individuali, ma indicano quanto facilmente il disprezzo dell’altro possa entrare nel linguaggio pubblico, negli ambienti giovanili e nelle piattaforme digitali.
La forza della democrazia consiste nel giudicare i comportamenti e non le appartenenze. La violenza contro una donna, l’omofobia, il fanatismo religioso, l’antisemitismo e l’aggressione devono essere combattuti ovunque si manifestino, senza indulgenze culturali, ma anche senza doppi criteri. Un reato commesso da uno straniero non può diventare il processo a una religione o a un’intera comunità, così come il razzismo di un italiano non trasforma tutti gli italiani in razzisti.
Integrazione e responsabilità condivisa
L’integrazione non coincide con l’assimilazione e non significa chiedere a chi arriva di cancellare la propria storia. Significa costruire un terreno comune fondato sulla lingua, sulla scuola, sul lavoro regolare, sulla partecipazione sociale, sull’uguaglianza tra uomini e donne e sul rispetto della legge. Una donna deve essere libera di indossare un simbolo religioso e altrettanto libera di rifiutarlo, una famiglia può conservare lingua e tradizioni, ma non usarle per limitare la libertà dei propri membri.
Ceuta ci consegna quindi una doppia lezione. Uno Stato che non governa i confini, non prepara l’accoglienza e non protegge i cittadini alimenta la paura, ma una comunità che risponde costruendo barricate contro esseri umani indistinti comincia a perdere la propria anima democratica. Sicurezza e solidarietà non sono alternative, perché una società sicura non produce persone invisibili, ricattabili e segregate, mentre una società solidale non rinuncia alle regole.
La democrazia deve saper chiudere un varco senza chiudere la propria coscienza, perseguire chi delinque senza trasformare l’origine in una colpa, difendere i cittadini senza insegnare ai bambini che una mazza, un coltello o una catena siano strumenti legittimi di appartenenza. Non si costruisce una nazione indicando la porta a intere comunità, ma stabilendo una legge comune, pretendendo che tutti la rispettino e garantendo che nessuno venga giudicato prima ancora di aver agito.

















