Il giorno che Buffalo Bill invase Viterbo
Buffalo Bill
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Il quartier generale fu piantato a Prato Giardino, appena fuori le mura. Lì, dove di solito le coppiette andavano a passeggiare la domenica all'ombra degli alberi, sorse in poche ore una città di tende, scuderie e un'enorme arena capace di ospitare migliaia di persone.

IL DOMENICALE – Ci sono mattine in cui il sole sorge pigro sulle mura di Viterbo, convinto di trovare la solita cittadina di provincia intenta a discutere del prezzo di qualche prodotto, delle beghe del sindaco o dell’ultimo miracolo di Santa Rosa. Ma la mattina del 17 aprile 1906, il sole dovette strofinarsi gli occhi due volte. Perché alla stazione di Porta Fiorentina non arrivò il solito trenino merci carico di pozzolana, ma quattro mastodontici convogli d’acciaio che sputavano fumo e trasportavano qualcosa che nessun viterbese avrebbe mai osato sognare nemmeno dopo tre litri di vino buono: il selvaggio West. Con tanto di pellerossa veri, cavalli bizzarri e, in testa a tutti, un uomo che sembrava uscito dritto dritto da un romanzo d’appendice.

Per quei quattro gatti che non hanno mai aperto un giornale, William Frederick Cody, per gli amici e per la storia “Buffalo Bill”, era l’America fatta persona. Cacciatore di bisonti, guida dell’esercito americano, eroe delle guerre indiane e, infine, il più grande impresario di se stesso. Aveva preso il West — quello vero, fatto di polvere, sangue e leggenda — e lo aveva trasformato nel più grandioso spettacolo itinerante del mondo: il Wild West Show. Un baraccone monumentale che portava in giro per l’Europa centinaia di cowboy, tiratori scelti e veri guerrieri Sioux e Cheyenne, per mostrare ai vecchi europei come si conquistava una frontiera.

Ora, voi dovete immaginare la scena. Viterbo, l’anno di grazia 1906. Una terra dove l’autorità è divisa equamente tra il Maresciallo dei Carabinieri, il Vescovo e la testardaggine dei contadini. All’improvviso, da quei treni cominciano a scendere ottocento persone e cinquecento cavalli. I fieri capi indiani, con i loro copricapi di penne alti due metri e le facce scavate dal vento delle praterie, si trovarono a sfilare tra le botteghe dei calzolai e i balconi dove le comari stendevano i panni.

Il quartier generale fu piantato a Prato Giardino, appena fuori le mura. Lì, dove di solito le coppiette andavano a passeggiare la domenica all’ombra degli alberi, sorse in poche ore una città di tende, scuderie e un’enorme arena capace di ospitare migliaia di persone. I ragazzini della città, che fino al giorno prima pensavano che il massimo dell’avventura fosse rubare le ciliegie nei frutteti dei vicini, si ritrovarono a spiare dai buchi dei teloni i guerrieri che avevano combattuto a Little Big Horn. Gente che masticava una lingua che sembrava il rumore dei sassi nel ruscello e che guardava i campanili di Viterbo con lo stesso distacco con cui si guarda un cespuglio di rovi nella prateria.

Quando Buffalo Bill entrò nell’arena in sella al suo stallone bianco, con il cappellone a falda larga, i baffi a manubrio e il pizzo bianco perfetto, la folla non capì più nulla. Ci furono spari a salve che fecero tremare i vetri di mezza città, caroselli di cavalli che sollevavano nuvole di polvere degne dell’Arizona e frecce che sibilavano nell’aria. Il sindaco, in tribuna d’onore con la fascia tricolore un po’ stretta sulla pancia, guardava lo spettacolo cercando di darsi un contegno, mentre il parroco, poco distante, mormorava un’avemaria, indeciso se quegli indiani fossero anime da redimere o semplicemente creature bizzarre mandate dal buon Dio per mettere alla prova la quiete pubblica.

Fu un giorno solo. Una fiammata di spari, urla e sogni d’oltreoceano. La sera stessa, così come erano arrivati, i quattro treni d’acciaio inghiottirono di nuovo i cowboy, i capi Sioux e il vecchio colonnello Cody. I treni fischiano, le ruote ferrate ricominciarono a girare e il West si allontanò nella notte, lasciando Porta Fiorentina immersa nel silenzio della campagna laziale. Il giorno dopo, a Prato Giardino, era rimasto solo l’odore dello sterco di cavallo, qualche cartuccia vuota e un silenzio strano. I viterbesi tornarono alle loro vigne e ai loro negozi, ma per anni, nelle osterie, davanti a un bicchiere di quello rosso, ci fu sempre qualcuno che, sbattendo il pugno sul tavolo, giurò di aver visto un capo indiano salutare la statua di Santa Rosa con un cenno del capo. E in fondo, in quella terra di miracoli e teste dure, nessuno ebbe mai il coraggio di dargli dell’imbroglione.

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"Io sono qui, in questo paese di sogno, tra questi castagni giganti...", questo uno dei pensieri scritti dall'autore in una lettera da Soriano. Soriano nel Cimino non fu per Pirandello solo un luogo di villeggiatura, ma una dimora spirituale.
Di sicuro, appena passato il caldo, tutti i politici che già scalpitano per la prossima tornata elettorale si lanceranno in programmi futuribili e ambiziosi. Ok, fatelo pure. Ma, per favore, giurate di fare le cose semplici e concrete? 1000 alberi, 100 tra giardinieri e scopini, 10 controllori.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
«Caro Maurizio, ti posso dire una cosa? Chi studia la storia studia il presente».
Da una storia vera. Vedete voi se ascriverla ai viaggi nel tempo, alla trasposizione multidimensionale, al metaverso o chissà cos’altro. Non sottovaluterei l’intuito di Teresina…
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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